Petrarca e Bunuel, subito feeling

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Ha chiuso a Padova il suo tour veneto Jacques Brunel. Il commissario tecnico è stato ieri nel pomeriggio in visita agli impianti Geremia della Guizza, dove il Petrarca ha ripreso gli allenamenti di ritorno dalla trasferta inglese. Nella mattinata era toccato invece all’accademia di Mogliano ricevere la visita del ct, che lunedì era a Rovigo.

Per il Petrarca la ripresa degli allenamenti è stata caratterizzata soprattutto dal lavoro in palestra a gruppi, quindi la visita è servita soprattutto per familiarizzare con l’organizzazione padovana. «Non ero mai stato qui – ha detto Brunel guardando l’impianto della Guizza – Una struttura davvero molto bella, sono impressionato». Il “tour” di Brunel nasce dall’esigenza di calarsi nella realtà del movimento tricolore. «Devo conoscere tutto il rugby italiano – ha spiegato il ct – Andare sul territorio è importante, incontrare gli allenatori, ma anche conoscere da vicino i club e vedere come lavorano. Sono già stato a L’Aquila, Reggio, Parma, vicino a casa, dopo il Sei Nazioni andrò anche in altre società. Per la fine della stagione conto di avere visitato tutte le società».

Il campionato italiano resta un serbatoio importante per la nazionale. «Ho visto alcune partite del campionato di Eccellenza. Un paio erano interessanti, in altre la qualità era minore. Per la nazionale resta importante il campionato». Brunel si è fermato a parlare con Presutti, per conoscere meglio i giocatori tuttoneri: «Chi meglio dell’allenatore conosce questi giocatori? Mi è utile seguire le sue indicazioni. Nel campionato italiano ci sono sei o sette giocatori giovani che potranno essere inseriti nella nazionale per la prossima Coppa del Mondo del 2015. Ci sono – spero anche a Padova – e noi dobbiamo seguirli con attenzione».

L’obiettivo è quello di svecchiare una nazionale, quella azzurra, che necessita di ricambio. «Nei raduni per il Torneo (il Sei Nazioni, ndr), abbiamo chiamato alcuni giovani di 18 anni. Esposito è rimasto anche nella lista definitiva. Abbiamo anche altri giovani, magari di vent’anni. Bisogna dare spazio e fiducia a questi ragazzi, che hanno bisogno soprattutto di giocare».

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