Bellotto furioso: “La meritocrazia non conta più niente. Ho voglia di allenare, ma nessuno mi chiama”

Bellotto furioso: “La meritocrazia non conta più niente. Ho voglia di allenare, ma nessuno mi chiama”

Che risposta dare a chi chiede che fine ha fatto Gianfranco Bellotto? «Nessuna risposta, anzi, nessuna fine. Sono qui, alla finestra, in attesa di una proposta seria, da una società con idee chiare. Il problema» lo avete capito, è proprio il tecnico di Camposampiero che parla, «è che proposte serie se ne ricevono sempre meno». Non è che il calcio italiano si sia dimenticato di lei? «Non credo. Siamo nell’era di internet, basta cliccare sul mio nome e si trova il mio curriculum. Una onorevole carriera da calciatore e una altrettanto onorevole carriera da allenatore, senza retrocessioni, con qualche campionato vinto e qualche salvezza che non si dimentica. Se poi c’è chi ha poca memoria, allora è un altro discorso, nel calcio a volte funzionano strani meccanismi. Dov’è la meritocrazia?». Lei ha voglia di rimettersi in gioco. Da dove? «Non è un problema di categoria. Non mi sentirei declassato in Lega Pro, ad esempio. Purchè, come ho detto prima, ci siano programmi chiari. Non mi va di tuffarmi in una piscina senza acqua, tanto per capirsi». Eppure tanti suoi giovani colleghi si alternano sulle panchine, firmano contratti, sono richiestissimi. «Non voglio fare una questione generazionale. La distinzione non va fatta in base all’età, ma alle capacità. Vedo tanti allenatori che non sanno leggere le partite, credo che questa sia la pecca più grave per il nostro mestiere. Altri li vedo molto “aziendalisti”, e i peggiori si fanno mettere dal presidente il foglietto della formazione in tasca. Io metto a disposizione la mia esperienza e un po’ di buon senso, che si matura con gli anni. Ho 66 anni e mi ritengo più giovane di tanti altri, ho più voglia di fare adesso che non trent’anni fa e lo dimostra il fatto che l’anno scorso ho accettato la proposta del Ragusa. Poi le cose non sono andate come dovevano, ma per altri motivi. Comunque non mollo e si sappia, lo dico attraverso il giornale, ho intenzione di fare l’allenatore fino a 90 anni». Forse lei non è bravo nelle pubbliche relazioni? «Oh, tasto dolente. Sì, non mi piace mettermi in vetrina. Del resto, faccio un altro mestiere. Non ho procuratori, non vado ogni giorno in televisione. Il mio lavoro è sul campo, con il pallone, non con il microfono. Forse ho pochi amici? Non lo so, ma so che tanta gente ti gira le spalle presto». Proposte dall’estero? «Le considero, siamo cittadini del mondo. Vale lo stesso discorso. Devono essere concrete. Voglio allenare, non andare all’avventura alla cieca. Qualche anno fa potevo andare in Serbia, al Vojvodina di Novi Sad, sono stato da loro parecchi giorni: società organizzata, centro sportivo modernissimo, entusiasmo, ma ogni giorno le condizioni cambiavano e il budget proposto si riduceva. Così ho rinunciato». Lo sa che in certe società l’allenatore per essere assunto deve portare lo sponsor? «Certo che lo so, ma non è roba per me. Qui il discorso si fa lungo, credo che il nostro calcio, dall’organizzazione alla mentalità, vada radicalmente rivisto. Non siamo più credibili. Io ho sudato e fatto gavetta, altro che allenatori col prestanome. E nelle alte sfere c’è gente con un passato macchiato da squalifiche». Se fosse vivo, cosa farebbe oggi il suo vecchio presidente Costantino Rozzi… «Soffrirebbe, sì, questo non è il suo calcio. Ma continuerebbe a fare il passo secondo la gamba e potrebbe insegnare a tanti presidenti attuali». Bellotto, con questa intervista non si sarà mica chiusa qualche altra porta? «Facile, forse nove su dieci, ma magari si apre quella di un presidente serio e con idee chiare».

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