Dieci motivi per non disprezzare la serie D

Dieci motivi per non disprezzare la serie D

Mica facile passare dalla serie B alla D. Lasciate che ve lo dica chi, per motivi professionali, ha fatto lo stesso doppio salto all’indietro. Sì, perché per quanto adesso prevalga l’entusiasmo legato alla ripartenza del calcio all’ombra del Santo, quando a metà agosto scorrerete il calendario del prossimo torneo (ma ancor di più quando a settembre assisterete alla prima di campionato o farete la prima trasferta), un po’ di scoramento vi verrà, è normale. Dopo decenni di professionismo coi suoi annessi e connessi, trovarsi in quella che è pure la categoria più alta dei dilettanti, farà un certo effetto. Non per forza negativo.

E allora proviamo a tirarli fuori dieci motivi per cui l’ex Interregionale potrebbe essere in fondo un’esperienza da godere, alla riscoperta dei valori autentici di un calcio e un tifo che nelle categorie superiori gli interessi economici hanno inquinato non poco.

1 ADDIO TESSERA. Avete fatto la fila in banca, alle biglietterie o la trafila su internet, muniti di fototessera e documenti. Avete dibattuto a lungo sui pro e sui contro dello strumento. Bene, potete buttare via tutto. In D non ci sono prevendite e trasferte vietate (tranne che nei gironi del sud Italia). Non ci sono gli steward e nella maggior parte dei casi non ci sono neanche i diversi settori negli stadi. E quando arrivate al campo, ma solo nelle partite clou, il prefiltraggio è costituito dalla fatidica domanda: “Casa o ospiti?”, cui corrisponde un biglietto di colore diverso. Ma non nominativo eh, no no. Tipo quelli che davano al cinema vent’anni fa. Presente quelli così sottili da sembrare carta velina? Ecco, quelli.

2 TRASFERTE VICINE. “Vorrei tanto andare in trasferta ma è troppo lontano”. Quante volte l’abbiam detto per giustificare un’assenza che invece magari era dovuta ai mugugni della fidanzata/moglie di turno, stufa di interpretare la parte della “vedova del calcio”? Bene, cercate un’altra scusa, perché ad Abano ci si andrà in bici e “lontano” in serie D vuol dire 100 km. Oltre i 200 si parla di sfacchinata e a 300 ci arriverete solo se il girone sarà quello toscano. Ma in quel caso ne varrà la pena.

3 MA C’E’ TRIESTE. Se invece il raggruppamento sarà quello triveneto, toh guarda chi si rivede, l’alabarda! Precipitata quaggiù prima dei biancoscudati e messa attualmente peggio. Senza soldi, né giocatori in rosa. Roba che il paron Rocco si mette a sacramentare in tomba. Indipendentemente dalla categoria, un viaggio in terra giuliana conserva comunque sempre il suo fascino. E vi ricorderà di una sera, in cui uno 0-3 valse la permanenza in B.

4 DOMENICA POMERIGGIO. “No al sabato”, “Odio Sky”, anticipi e posticipi tutti i giorni e a tutte le ore. Ciao, ciao. In serie D si gioca la domenica pomeriggio, (quasi) tutti in contemporanea, come ai bei tempi. Al massimo un anticipo al sabato, se c’è la diretta su Rai Sport o la processione del santo patrono. O per evitare la contemporaneità col Padova che gioca di domenica il derby col Citta. Ops, no, scusate…

5 CONOSCI L’ITALIA. Vi vantate di esserci stati quella volta a Moncalieri? O a Pizzighettone? A Castel di Sangro? Vanitosi. Se l’hastag della D è #campionatoditalia, un motivo ci sarà. Meglio del Touring Club e delle gite domenicali con la parrocchia, seguire la vostra squadra vi farà scoprire l’Italia dei 7000 campanili, quella più nascosta ma non per questo secondaria. La provincia con la p minuscola. Alzi la mano chi, altrimenti, capiterebbe a Calenzano, Monrupino, San Colombano al Lario o Pavullo sul Frignano, se non per motivi di lavoro o familiari.

6 MENO VIP, PIU’ SPRITZ. “Andate a lavorare” è un coro che qua fa poco effetto. A parte pochi top player, la maggior parte dei giocatori ha un lavoro extra calcistico o studia come la maggior parte dei coetanei. Questo fa sì che anche il rapporto coi tifosi sia molto più semplice e diretto, tanto che il luogo migliore per incontrare un atleta è il bar del paese, dopo l’allenamento, all’ora dell’aperitivo. Un ottimo modo per far gruppo e socializzare coi tifosi. Ma non aspettatevi che ve lo offrano: anche gli stipendi sono da serie D.

7 PROMESSE E ARBITRI. La regola degli “under” (quattro da schierare obbligatoriamente) a qualcosa serve e quindi vi capiterà di ammirare la gesta di qualche ragazzino sopra la media che anni dopo ritroverete conteso dai top team di serie B e magari anche in A. Vedi Melchiorri. Idem per gli arbitri: età media giovane, permanenza in categoria solitamente due anni. Dopo di che i meno peggio nel giro di altri 3-4 stagioni ve li ritrovate a San Siro… c’è carenza di vocazioni, si sa.

8 VOLTI NOTI. Cimitero degli elefanti per qualcuno, trampolino di lancio per altri, la D è un torneo nel quale rivedrete molti volti noti più o meno recenti. Già il neo mister Parlato, il ds De Poli e Thomassen sono tra questi ma ce ne sono molti altri: Ottoni, Pasa, Bonazzoli, Zattarin , Longhi, Zironelli solo per citarne alcuni. E per far scattare l’amarcord.

9 TERZO TEMPO. Riscoprire i valori autentici dello sport vuol dire anche che a fine partita si torna nel parcheggio dello stadio, si sveglia l’autista del bus che vi ha accompagnati nella trasferta/gita e dal bagagliaio spunta l’occorrente per imbandire una bella tavolata a base di panini col salame e vino rosso. Stile terzo tempo. Campioni della specialità i supporter toscani, ma anche i friulani non scherzano.

10 WAGS. Il fascino del calciatore resiste anche quaggiù, con relativa presenza di fidanzate/spasimanti sugli spalti. Età media generalmente più bassa delle colleghe di categoria (calcistica) superiore, nell’ultima stagione erano capitanate da Alessia Merz, moglie del capitano del Mezzolara Fabio Bazzani. E se considerate la Merz una di serie D, beh allora vi meritate Penocchio. 

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