Doni parla per la prima volta dopo l’arresto, ecco l’intervista della Gazzetta

Doni parla per la prima volta dopo l’arresto, ecco l’intervista della Gazzetta

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Vi riportiamo l’intervista di Francesco Ceniti della Gazzetta a Cristiano Doni, che, per la prima volta dopo l’arresto, torna a parlare. 

«La cosa più difficile è stata preparare mia figlia, spiegarle quello che era accaduto al papà…». Poi Cristiano Doni si ferma, scuote la testa e la porta indietro mentre le lacrime scendono sul viso. In oltre due ore d’intervista è l’unico momento in cui non riesce a gestire i ricordi e i pensieri di una vita da idolo deragliata il 19 dicembre, quando il giocatore è stato arrestato dalla Procura di Cremona per il calcioscommesse. A dire il vero, gli occhi si inumidiscono anche quando parla dell’Atalanta. Per il resto è un giudice impietoso: sa che non bastano le scuse per far dimenticare i suoi errori. E allora gioca d’attacco, cosa che gli riusciva benissimo anche in campo. Ecco un Doni inedito: che condanna l’omertà del calcio, che invita i colleghi invischiati in brutte situazioni a prendere esempio da Andrea Masiello, che parla di «mentalità italiana sbagliata» sulle partite farsa di fine stagione, che non si nasconde dietro un dito, ammettendo di aver meritato il carcere non tanto per le due partite taroccate («una e mezza, con l’Ascoli alla fine è stata sfida vera»), ma soprattutto per il tradimento nei confronti dello sport che gli ha regalato soldi e fama. Ecco perché quando allo scadere delle due ore gli chiediamo a conferma di quello che aveva appena sostenuto in modo accorato («Il calcio si può ancora salvare, le nuove generazioni non devono prendere esempio da me. Bisogna sempre dire di no a proposte estranee alle regole delle sport») di chiarire una storia vecchia di 12 anni, Doni non si tira indietro. Parliamo di Atalanta-Pistoiese 1-1 di Coppa Italia. Ci fu un processo sportivo per tanti giocatori, compreso lui, Allegri (attuale tecnico del Milan), Zauri, Siviglia. Molti scommisero personalmente: non era ancora vietato. In primo grado quasi tutti condannati per illecito, ma in appello assoluzione generale. Mancava la pistola fumante di quel tarocco nonostante i sospetti fossero quasi certezze.

Voi calciatori avete sempre negato la combine. Ora le domandiamo: avevate concordato quel risultato? Magari solo per dare seguito a una goliardata decisa a cena, come racconta in un libro Giacomo Randazzo, ex segretario della società nerazzurra?

(Sorriso amaro e poi un sospiro profondo) «Sì, è così. Non posso continuare a dire diversamente. E se qualcuno vorrà altre spiegazioni, sono pronto a darle».

Ma allora perché l’esultanza a testa alta? Non era il suo marchio per ricordare che era uscito pulito da quella accusa.

«No, guardi, c’è un equivoco. Il gesto non era riferito ad Atalanta-Pistoiese, altri hanno fatto questa equazione. A me stava bene perché in realtà mi vergognavo della verità…».

Forse è arrivato il momento di farlo.

«Beh, ha ragione. Allora, tutto nasce con Comandini e altri compagni. Durante gli allenamenti facevamo gli scemi, come tra bimbi. Sa, quando ci s’insulta e uno dice una cosa troppo spinta. Allora l’altro lo blocca, gli mette la mano sotto il mento e gli fa “Adesso ritira quello che hai detto…”. Atalanta-Pistoiese non c’entrava, ma è vero che mi è rimasto addosso fino a trasformarsi in un boomerang».

Senta, Doni. Lei è finito in carcere anche perché ha accettato di giocare una gara fasulla come Atalanta-Piacenza. Quella del rigore tirato centrale sul suggerimento del portiere Cassano. Come è andata?

«Sette giorni prima mi dissero che contro l’Ascoli avremmo vinto per un accordo. Va bene, faccio io. Ma in campo mi accorsi che gli altri stavano giocando sul serio, capisco ora che il risultato è solo un dettaglio. Mi ripetono la stessa cosa per la gara con il Piacenza. Mentre giochiamo realizzo quasi subito che la combine questa volta era reale. Tanto che Cassano mi dice dove calciare il rigore. Lui nega? Problemi suoi. Andò proprio così».

Perché ha accettato tutto questo?

«Sono stato un imbecille e non esiste nessuna giustificazione. Sapesse quante volte me lo sono chiesto in cella. La retrocessione mi aveva segnato, mi sentivo il primo responsabile. Avrei fatto di tutto per ottenere la A. E infatti ho detto sì quando mi è stato detto che il Piacenza veniva a perdere… Ecco, non mi sono mai venduto una partita. C’è una differenza almeno in questo? Tra chi lo fa per soldi e chi per amore della propria squadra?».

No, Doni. Non c’è differenza: entrambi barate e calpestate la regola più importante di ogni sport. Non le sembra?

«Ha ragione, c’è da cambiare una mentalità sbagliata. Se adesso c’è un’organizzazione criminale, come leggo, che riesce a penetrare con facilità nel nostro calcio, credo che il motivo parta da questa idea sbagliata di cosa è giusto e cosa è sbagliato…».

Ci dica, dopo quello che le è accaduto, che cosa bisogna cambiare? Un consiglio che darebbe a un ragazzo che vuol diventare un giocatore?

«Fuori tutto? Ok. In Italia molte cose sbagliate diventano la prassi. Anche nel calcio. Tanto per iniziare solo ora, dopo aver provato l’esperienza del carcere, mi vergogno di quando andavo e più spesso venivano a chiedermi di non impegnarci troppo perché a noi il risultato non serviva. In Spagna, dove ho giocato, non è così: la regolarità di una sfida è sacra. Da noi ti guardano male se fai il contrario. E sono vergognosi gli inseguimenti negli spogliatoi tra calciatori perché una squadra già retrocessa non ha perso in casa di una pericolante. E mi domando: perché nessuno fa nulla? Perché gli arbitri non sospendono una gara se si accorgono che un giocatore fa segnare l’avversario? Perché i tanti ispettori della procura federale non capiscono quello che ogni tifoso presente allo stadio intuisce? Guardi, sono la persona meno indicata per fare la morale agli altri. Ho sbagliato, forse ho pagato anche oltre le mie colpe. Ma è giusto così. Doni non era un angelo, ma nemmeno il diavolo come ho letto. Però il calcio non può continuare in questo modo. Non è credibile».

E dunque al ragazzo che cosa direbbe?

«Che deve giocare pulito. Sempre. E non dare retta a chi gli chiede di barare. Anche fosse un compagno. Deve denunciarlo, far finta di nulla è grave quasi come alterare una partita. E’ una protezione indiretta. Non è facile, ma questa è la strada. Aggiungo: non prendete esempio da me, fate come Andrea Masiello: bisogna avere il coraggio di parlare e raccontare tutto il marcio nel calcio. Si può sbagliare, ma è ancora peggio non alzare la mano e ammetterlo».

Lei perché non l’ha fatto?

«Ehhh, difficile dare una risposta credibile. Speravo di farla franca? Forse, ma più che altro pensavo che la mia era una cosa minima. Credevo che tutto fosse ricondotto alle scommesse e a qualche accordo sotto banco. Mi sbagliavo. C’è molto di più. Ecco perché non riesco a darmi pace: dovevo capire la gravità delle mie azioni».

Lei fino all’arresto ha mentito a tutti. Come ha vissuto quei 6 mesi?

«Un inferno. Ripetevo a tutti la mia innocenza, ma dentro ero sconquassato. Mia moglie ha capito qualcosa. La confessione è stata una liberazione».

Ci racconta il giorno dell’arresto.

«Non pensavo potesse accadere. Sono scappato? Ma no, non è andata così. La polizia mi ha trattato benissimo. L’ispettore mi diceva “Stai tranquillo, racconta quello che sai”. All’inizio pensavo a un semplice interrogatorio. Poi…».

Il carcere…

«Già… Stavo da solo e ripetevo “Ma come hai fatto? Quanto sei stato stupido…”. E poi il pensiero di mia figlia: devastante. Non ho dormito per due notti. Anzi, credo mai. E c’era un freddo boia».

Che cosa faceva?

«Niente, continuavo a pensare all’enorme cazzata commessa. Ah, ho letto un libro di Fabio Volo: “Esco a fare due passi”. Sono stati tutti gentili con me. A iniziare dal gip Salvini e il pm Di Martino, finendo al mio avvocato Salvatore Pino».

Per i tifosi dell’Atalanta lei era molto più di un idolo.

«Lo so ed è la cosa che più mi ferisce in questa storia dopo il male fatto alla mia famiglia. La Dea per me è tutto, era tutto… Capisco di averli delusi, traditi. Non chiedo perdono, ma solo che non siano cancellate tutte le cose buone che ho fatto in campo».

Pensa di vivere a Bergamo?

«Sì, è la mia città. Non sarà facile, ma voglio restare lì. La benemerenza della città? Sono pronto a restituirla».

Cosa farà da «grande» dopo quello che è accaduto?

«Ehhhh. Volevo fare il dirigente dell’Atalanta, adesso so che è impossibile. So che ho chiuso con il calcio. Non ho idea di quello che farò. La ferita è troppo recente. Certo, il sogno di rimanere aggrappato al mio mondo c’è ancora».

Il presidente Percassi ha detto che lei è oramai il passato…

«Non lo biasimo…».

Lei ha tenuto fuori dalle combine la società. Siamo sicuri che non sapesse nulla? Che non ha provato ad alterare la gara con il Padova?

«No, lo escludo. Tuttavia, se la magistratura sta indagando, rispetto il suo lavoro».

E se non c’entravano le scommesse? E se fosse stato un risultato che andava bene a entrambe? Quella mentalità sbagliata che lei ora indica come il male da perseguire?

«Non credo, almeno io non ne sono a conoscenza».

Antonio Conte è andato via da Bergamo usando parole dure, parlando di strane manovre. Come è andata?

«Fin quando è stato il mio allenatore ha avuto problemi con tanti giocatori, con me di meno. Poi mi hanno dato molto fastidio le cose che ha detto dopo che è andato via. Accuse prive di fondamento, come quella che circola in giro che avrei fatto retrocedere l’Atalanta per favorire l’avvento di Percassi. Una bestemmia. Tornando a Conte, credo che lui sia un ottimo tecnico, ma deve plasmare un gruppo a sua immagine fin dal ritiro. Cambiarlo in corsa è impossibile».

Lei ha avuto come allenatore anche Hector Cuper. Ha letto che i magistrati di Napoli lo accusano di aver preso soldi dalla camorra?

«Sì, è stato uno shock. Mi sembra impossibile. Ma è anche vero che se qualcuno mi diceva che sarei finito in carcere…».

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