Plusvalenze fittizie, dal caso padovano di Portin agli scambi Milan-Inter negli anni ’90

Plusvalenze fittizie, dal caso padovano di Portin agli scambi Milan-Inter negli anni ’90

di Redazione PadovaSport.TV

Plusvalenze fittizie, ovvero un artificio per truccare il bilancio e rimanere a galla. Il calcio italiano è da sempre innamorato di questo sistema, il caso Chievo è l’ultimo di una serie di episodi. Negli anni ’90 salì alla ribalta delle cronache specie dopo gli innumerevoli scambi di giocatori tra Milan e Inter, leggermente sospetti: Seedorf, Guly, Coco, Helveg, Simic e altri. Il trucco è semplicemente spiegato: la plusvalenza (incremento di valore tra prima e dopo la cessione del giocatore) si mette a bilancio subito, il costo del giocatore invece si può ammortizzare negli anni. Un modo per spalmare le perdite. Negli anni ’90, primi duemila, le perdite  erano però diventate talmente grandi, che molti club non riuscirono a far fronte alle sempre più alte quote di ammortamento che si accumulavano anno dopo anno. Per questo motivo, con il goberno Berlusconi, arrivò il Decreto Salvacalcio (L. 27/2003), che permetteva a tutte le società sportive professionistiche di “spalmare” in dieci anni le proprie perdite di valore (poi la Commissione Europea portò a 5 anni il limite). E’ molto difficile contrastare questo sistema perchè bisogna dimostrare che effettivamente il valore di un giocatore è gonfiato. Non esiste una regola precisa in base alla quale va calcolato l’equo valore di un cartellino. Anche il Padova ha avuto la sua plusvalenza fittizia, ai tempi del presidente Cestaro e del ds Foschi.  Uno scambio tra biancoscudati e Cesena (fatalità, la stessa società romagnola coinvolta oggi con il Chievo) legate a Portin e Galli. Il Padova contabilizzò nel bilancio una plusvalenza addirittura di 3.400.000 euro. All’epoca furono deferiti Cestaro, Sottovia e anche Penocchio, che subentrò più tardi.

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