Cunico, capitano in panchina: “Non importa chi scende in campo, adesso dobbiamo risalire la classifica”

Cunico, capitano in panchina: “Non importa chi scende in campo, adesso dobbiamo risalire la classifica”

In una stagione e mezza, Marco Cunico ha saltato per scelta tecnica una sola gara: quella di Meda col Renate. Carmine Parlato ne aveva fatto l’uomo immagine delle sue squadre, in Serie D prima e in Lega Pro poi, privandosene solo quelle poche volte in cui a tradirlo è stato il fisico. Sabato, con l’avvento in panchina di Giuseppe Pillon, Cunico è subentrato per gli ultimi sei minuti di gara: il capitano storico del nuovo Padova, adesso, per questioni prima di modulo, e poi anche di opportunità, rischia di diventare il capitano “non giocatore” del tecnico trevigiano. «Fa parte del gioco, se ha fatto panchina Roby Baggio posso farla anche io», spiega Cunico. «La cosa che conta è che il Padova ottenga i punti di cui ha bisogno, non il modo in cui arriveranno e i giocatori che li porteranno a casa». Non ha quindi il timore che da qui in poi possa trovare poco spazio? «Timore di certo no no. Sto bene e mi alleno bene, e il mio unico modo per far vedere che posso giocare è questo. Però posso dire una cosa: fino ad oggi a volte ho giocato bene, altre volte magari meno, ma non direi di aver fatto schifo (utilizza un termine ben più colorito, ndr) finchè c’era Parlato». Sulla carta, però, il 4-4-2 non la favorisce. «Se il modulo rimane schematico è vero: Altinier e Neto Pereira sono due attaccanti veri, mentre io no, e quindi questa lettura ci sta. Ma non sono preoccupato, perché siamo solo all’inizio: adesso è così, ma chissà, potrebbe essere che in corso d’opera anche io abbia modo di far vedere che posso essere importante». Fino ad ora aveva giocato anche in ruoli non proprio suoi, vedi col Pordenone quando Parlato la schierò di fianco a Neto. E da lì alcuni cominciarono a dire che il tecnico era troppo affezionato ai “veterani”. Come la vede? «Queste sfumature sinceramente non le avevo percepite. Della vecchia guardia, in fin dei conti, non siamo rimasti in tanti: quando vinci un campionato, è normale che si confermi un blocco di partenza sul quale lavorare». Emblematici i numeri della gara con l’Albinoleffe: 15 conclusioni, di cui 5 tiri nello specchio. Da quanto non si vedeva il Padova attaccare così? «Penso che ci siano dei meriti innegabili della squadra, abbiamo fatto tre gol e creato tante occasioni, bravi, soprattutto dopo essere andati in vantaggio, ad accelerare a fare il secondo e il terzo. Quando sono entrato in campo io, c’era chi stava provando a segnare il quarto, è un segnale molto positivo». Non ha avuto l’impressione che qualcuno abbia dato qualcosa in più, dopo il cambio di allenatore? «Ho visto una squadra concentrata e consapevole del momento delicato. Chi più chi meno, ognuno ha dato il suo».

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