Il Mattino: assenze, campi pesanti e avversari, ma qualcuno non è più come prima

Il Mattino: assenze, campi pesanti e avversari, ma qualcuno non è più come prima

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I segnali erano già affiorati qualche settimana fa, dal pari interno con la Triestina in poi, anche se a Castelfranco era arrivato un sonoro squillo di tromba, con l’acuto di quell’eurogol di Ferretti che aveva fatto parlare (e scrivere) di giornata storta contro gli alabardati. In realtà, gli 8 punti (su 15) raccolti a novembre dal Padova riportano i giocatori di Parlato sul pianeta terra e testimoniano di una flessione che ci sta, è umana appunto. Il pari con la Clodiense – secondo consecutivo all’Euganeo – era stato la conseguenza di una partita brutta, tormentata, con alcuni elementi al di sotto delle attese. Ieri, a Sacile, gli scricchiolìi registrati in precedenza si sono accentuati, sino a trasformarsi in piccole crepe nella solidità di un gruppo che rimane comunque protagonista e che non sarà certo una sconfitta – dopo 10 vittorie e 2 pareggi – a confinare ad un ruolo di secondo piano. Il momento è delicato, sarebbe sciocco negarlo, ma sapevamo, proprio perché non si poteva reggere a ritmi così elevati, che prima o poi sarebbe arrivato. Ora che si è materializzato, e che, probabilmente, come sostiene l’allenatore, serve a “togliere un peso”, bisogna analizzarlo attentamente e pesarne i possibili contraccolpi. Innanzitutto, e la partita con i friulani lo ha ribadito, il Padova non può prescindere da alcune pedine-chiave: Cunico, il capitano, Nichele, uomo d’ordine nel mezzo, Ferretti, centravanti che fa reparto da solo davanti. Puoi ovviare all’assenza di uno dei tre, anche di due, pur con qualche inevitabile ricaduta, ma concederli tutti insieme ad un avversario di qualità – e la Sacilese lo è, visto che è una delle due compagini che ha fermato sul pari l’Altovicentino capolista – è un lusso che non ti puoi permettere. Lo paghi caro, come dimostrato in attacco, dove si è sentita la carenza proprio dell’uomo che sappia buttarla dentro. Se a questo aggiungiamo il (netto) calo di rendimento degli esterni – tranne Petrilli, male sia Ilari che Aperi, e ultimamente non è una novità – e la scarsa vena di Tiboni, è evidente che l’imprevedibilità e l’incisività delle giocate calano sensibilmente. Pochi uno-due, difficoltà nel saltare i difensori nell’uno contro uno, troppe iniziative personali a scapito della manovra collettiva verso l’area o al suo interno. Bisognava aspettarselo, anche perché la preparazione è stata affrettata, e con i campi pesanti, dove la fatica si sente di più, i problemi aumentano: problemi di tenuta fisica, ma anche di agilità e prontezza nelle ripartenze. Altra considerazione, in attesa del “mercato”: gli avversari che affrontano i Biancoscudati sembrano tarantolati, stimolati oltremisura dal fatto di trovarsi a giocare la partita della vita contro tanta nobiltà. La traduzione pratica di tutto ciò è che i loro allenatori studiano con dovizia di particolari gli schemi di Parlato e trovano le opportune contromisure. Da alcuni titolari, ottimi nei primi due mesi, serve dunque adesso un cambio di passo e di mentalità. Per essere grandi, e rimanere in scia all’Altovicentino, bisogna dare di più e inventarsi giocate diverse. Ai tifosi, sin qui straordinari, un appello: niente processi, ma ancora più attaccamento alla rosa. Che ha i suoi limiti, ma è composta di bravi ragazzi. I quali tengono alla causa all’unisono. Non è poco, rispetto a certi… mercenari del passato.

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