Pillon-Padova, la storia continua: obiettivo riscatto dopo la fallimentare stagione ’97-’98. E quanti ricordi da giocatore…

Pillon-Padova, la storia continua: obiettivo riscatto dopo la fallimentare stagione ’97-’98. E quanti ricordi da giocatore…

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Una vecchia conoscenza sia della panchina che della maglia biancoscudata, un profilo esperto per rimettere in sesto una situazione sempre più deficitaria. La notizia è di ieri: il nuovo allenatore del Padova è Bepi Pillon. Nulla da fare per Nanu Galderisi e Francesco Moriero, gli altri due partecipanti alla volata finale.

Un gradito ritorno per il tecnico di Preganziol all’ombra del Santo: “In Lega Pro scenderei solo per il Padova”, aveva dichiarato il diretto interessato ai nostri microfoni due giorni fa ribadendo poi il concetto anche nell’odierna conferenza stampa di presentazione svoltasi all’Euganeo.

Pillon ed il Padova, il Padova e Pillon. Di nuovo. Le rispettive strade si erano infatti incrociate per la prima volta già  trentotto anni fa, nell’estate del ’77, quando, su richiesta di mister Mattè, il ds Tiziano Longhin lo prelevò ventunenne dal Seregno per renderlo uno dei punti fermi dello scacchiere biancoscudato dell’epoca. Mica bello però quel periodo: trattasi della gestione di Giussy Farina. E’ infatti datata 1979 la prima retrocessione della storia del Padova in Serie C2, a diretta conseguenza della sconcertante conduzione societaria portata avanti nel corso degli anni da parte del patron dell’allora fulgido “Real” Vicenza di Paolo Rossi. Un Vicenza a cui a Pillon venne proposto di approdare proprio all’indomani della discesa biancoscudata in quarta serie, quando Farina e Pilotto stavano accordandosi per il passaggio di mano della società . La B (i biancorossi erano infatti anch’essi retrocessi al termine del precedente campionato) al posto della C2: un’offerta assai ghiotta. Che venne però declinata: nonostante la giovane età , Bepi la maglia del Padova aveva infatti iniziato a sentirsela davvero sua. In assenza del ben più esperto Berti gli era anche capitato di indossare la fascia di capitano. E che dire dell’affetto che aveva iniziato a provare nei suoi confronti il pubblico dell’Appiani? Pilotto pose il veto: “Ascolti Farina, prenda chi vuole, ma non Pillon”. E così fu. Nella trattativa alla fine rientrarono infatti bomber Musella, Mocellin, Sanguin, Perrone, Manzo, Bigotto ed anche il povero Michele Rogliani.

Furono poi altre due le stagioni biancoscudate del già  da allora “baffo” trevigiano, entrambe a dir poco emozionanti: la prima conclusasi con la cocente delusione dell’infelice spareggio-promozione di Verona contro il Trento e con il successo nella Coppa Italia di Serie C, la seconda con il tanto agognato ritorno in Serie C1. Una categoria che però Pillon non poté più tornare a disputare. In quella stessa estate infatti, in barba alla gratitudine, venne ceduto al Pordenone, compagine di C2. Nel giorno dell’addio, che poi si sarebbe rivelato solamente un arrivederci, 158 le sue presenze complessive con la maglia del Padova tra campionato e Coppa Italia, impreziosite da 16 marcature. Decisamente un discreto bottino per un tornante destro come lui.

Appesi gli scarpini al chiodo dopo aver giocato, sempre in Serie C2, anche tra le fila di Prato, Asti, Spezia, Giorgione e Treviso, fu proprio alla guida dei biancocelesti della Marca che l’attuale tecnico biancoscudato iniziò a mietere i primi successi da allenatore. Entrato al timone della squadra nel ’94, riuscì infatti nel giro di soli tre anni a portarla dalla Serie D alla Serie B. Un risultato strepitoso che non passò inosservato dalle parti della vicina Padova, dove un ambizioso Viganò cercava, insieme al ds Altobelli, la ricetta giusta per riportare la squadra ai fasti della Serie A.

Fu così che Pillon tornò alle nostre latitudini in veste di allenatore. La squadra sulla carta era più che competitiva, potendo annoverare tra le proprie fila elementi dalla comprovata affidabilità  quali, tra gli altri, Castellazzi, Bergodi, Lantignotti, Allegri, Pellizzaro, Saurini e Cornacchini. Qualcosa però non andò per il verso giusto. Lucida la ricostruzione di quella stagione da parte del tecnico: “Non c’era un grande gruppo, ahimè”, dichiarò agli autori di “Biancoscudo” nel 2009. “Ho avuto difficoltà  a gestire lo spogliatoio. C’erano diverse personalità  forti e Padova, poi, è una città  che offre parecchi diversivi. […] Colpa mia non aver saputo fronteggiare le difficoltà , forse anche perché sempre abituato a vincere in precedenza. Colpa anche della società , però, per non aver creato i presupposti per una maggiore unità  d’intenti”. Morale? Padova nei bassifondi della classifica e Pillon esonerato dopo un insindacabile 3-0 patito sul campo della Reggina il 18 gennaio, alla penultima gara del girone d’andata. Insomma, un’esperienza fallimentare, come poi si sarebbe rivelato essere anche l’epilogo finale del campionato biancoscudato, che andò a sancire un’inaspettata retrocessione in C1.

Sono passati ormai diciotto anni da quel gennaio ’98. Nel mezzo, tante importanti esperienze per Pillon in dodici squadre diverse: dal Genoa al Lumezzane, dalla Pistoiese al Bari, dal Chievo al Livorno, dall’Empoli al Carpi, passando per le doppie parentesi vissute alla guida di Ascoli, Treviso e Reggina. Ultima fermata a Pisa, nel corso dello scorso campionato, durata però solamente il tempo di una settimana.

E’ ora il tempo di un nuovo capitolo. Il terzo della sua storia alla corte del Biancoscudo. Le motivazioni non mancano: “Nel 1997 feci male, dunque ho grande voglia di riscattarmi e di lasciare un buon ricordo a Padova ed ai padovani”. Questo ciò che è riecheggiato nella sala stampa dell’Euganeo questa mattina.

Parola ora al campo, insindacabile censore di ogni gestione tecnica, già  a partire dalla sfida di dopodomani contro l’Albinoleffe. In bocca al lupo Bepi. E bentornato.

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