Un milione e mezzo in fumo, l’addio al professionismo costa caro

Un milione e mezzo in fumo, l’addio al professionismo costa caro

La cancellazione del Padova dal calcio professionistico non è solo un dramma sportivo per migliaia di tifosi. E’ un dramma vero e proprio per gli 8 dipendenti e i circa 70 collaboratori che rischiano di trovarsi a breve senza lavoro, è un dramma culturale per la perdita di un patrimonio fatto di conoscenze (know how) calcistiche, è un dramma economico per l’indotto che viene a mancare a diverse aziende di Padova e provincia.

Partiamo proprio da quest’ultimo aspetto. L’azienda calcio, nonostante la crisi e il notevole ridimensionamento degli ultimi anni, è in grado ancora di far girare una fetta di economica considerevole. Tra fornitori, clienti ed altre società che collaboravano a vario titolo con il club di viale Rocco, si calcola che, rispetto allo scorso anno, scomparirà un giro d’affari che raggiunge quasi il milione e mezzo di euro. A cominciare da alberghi e ristoranti. C’è quello della prima squadra (in questo caso il Bristol Buja di Abano, che avanza ancora 75 mila euro dalla stagione appena conclusa), ma anche i vari hotel che ospitavano le squadre avversarie.

Tutto compreso, si arriva ai 400 mila euro. Gran parte dei giocatori biancoscudati, inoltre, alloggiavano in affitto in case o appartamenti convenzionati con la società, in centro città o ad Abano e Montegrotto. Anche in questo caso dai 170 ai 200 mila euro che se ne vanno. E il noleggio dei pullman, più il rifornimento a tutti i torpedoni che non solo scarrozzavano i giocatori professionisti ma anche i ragazzi delle giovanili? Anche qui il conto si avvicina ai 200 mila euro. Cifre minori, ma sempre considerevoli, per i centri medici convenzionati, ai quali lo staff si appoggiava per le visite dei calciatori: si calcano sui 40 mila euro a stagione. C’è poi la Cooperativa Euganea (che aspetta di vedere gli ultimi soldi del piano di rientro pattuito ad inizio stagione) e la Assist (anche qui c’è un debito superiore ai 100 mila euro) con i suoi 140 stewart in servizio ad ogni partita. E altri 300 mila euro bruciati. Aggiungiamoci altre spese e contratti, compreso quello con lo sponsor tecnico (decade a questo punto il contratto triennale con Macron, che aveva già spedito maglie, casacche e altro materiale tecnico) e si arriva al milione e mezzo. Se n’è parlato tanto, ma mai troppo: ci sono gli 8 dipendenti e i 70 collaboratori (dai magazzinieri, ad autisti e accompagnatori) che con ogni probabilità resteranno a casa. La speranza è quella che, in caso di fallimento, almeno i dipendenti vengano riassunti dalla nuova società che vorrà far rivivere il calcio a Padova. In questo caso la palla passa al Comune, che avrà la sua bella gatta da pelare a gestire uno stadio come l’Euganeo, dove non solo gioca il Padova ma si trovano anche sede, magazzini e museo della società. C’è, infine, qualcosa di non quantificabile a livello economico ma estremamente prezioso. Il Padova era il punto di riferimento per tutto il movimento calcistico della provincia. La Scuola Calcio e il city camp permettevano un primo approccio con il pallone a livelli d’eccellenza per centinaia di bambini. Quindi il clinic per allenatori, che dava modo ai tecnici delle 61 società affiliate al Padova di formarsi con i migliori coach di tutto il mondo. Un’esperienza formativa che coinvolgeva circa 2000 piccoli calciatori di tutta la provincia. Un patrimonio culturale che rischia di impoverire terribilmente il nostro calcio.

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