LA BEVANDA SENZA ZUCCHERO

LA BEVANDA SENZA ZUCCHERO

Nato a Padova l’11 ottobre 1975. Prima firma della pagina sportiva del Corriere del Veneto e telecronista di Dahlia Tv per il campionato di serie A. Ha collaborato con Il Corriere dello Sport, Il Mattino di Napoli, RTL 102.5, Sky, Gioco Calcio e La7.

Gira e rigira, manca sempre qualcosa. Manca lo zucchero, perché anche il retrogusto di questo pareggio con la capolista è sempre un po’ amarognolo. Perché le partite non durano quarantacinque minuti, perché non basta un primo tempo di sacro furore agonistico come non si vedeva da tempo per timbrare il cartellino dei tre punti, perché contro il Lecce non puoi pensare che sia sufficiente segnare un solo gol (ancora Cuffa, ancora un centrocampista, gli attaccanti che fanno?) per blindare i tre punti. Vorrei chiarire subito che sul pareggio di Marilungo non è che ci siano chissà quali colpe specifiche della difesa. Contro la prima della classe subire un gol di quel tipo, arrivato al termine di un’azione da applausi, è normale amministrazione. Poi si può discutere all’infinito sul fatto che Trevisan sia fuori posizione, che Bonaventura non copra il compagno e che Petrassi ritardi un attimo la diagonale. Ma sono piccole sbavature, non errori da matita blu.

Bisognerebbe, piuttosto, ricordare a tutti che era soltanto una pia illusione attendersi che il ritorno di Carlo Sabatini potesse cancellare con un  colpo di bacchetta magica tutti i problemi, che sono rimasti esattamente gli stessi dell’era Di Costanzo. Un attacco sempre più sterile, la presenza di doppioni in rosa in abbondanza, la mancanza assoluta di alternative sugli esterni, a cominciare dalla fascia sinistra, dove non esiste un sostituto naturale di Renzetti. Selim Ben Djemia, “spacciato” come esterno basso, in realtà nella Primavera del Genoa giocava terzo centrale a sinistra, ragion per cui l’emergenza si risolve arrangiandosi. Con un difensore vecchia maniera che gioca fuori ruolo come Trevisan, o in alternativa con lo spostamento di Giovannini, che poi è esattamente la stessa cosa.

I problemi maggiori sono sempre davanti e non ci stancheremo mai di ripeterlo, perché i guai del Padova (lo dicono pure le cifre) cominciano in prima linea. Detto che la latitanza di Vantaggiato ormai non fa più notizia e che pure Di Nardo non sembra ispiratissimo sotto rete, i problemi congeniti e strutturali della squadra sono una zavorra che ci si dovrà portare dietro fino alla fine della stagione. La schizofrenica rotazione di allenatori decisa da Cestaro ha avuto il solo effetto di dimostrare che gli affanni della squadra non derivano certo dal modulo (4-4-2, 4-3-1-2 o 4-3-2-1 poco cambia), bensì dagli interpreti scelti per applicarlo.

A questo punto non resta che rassegnarsi a un finale di stagione thriller, palpitante, teso, da brividi veri. Com’è nel dna di Padova, da sempre abituata a indicibili sofferenze e a strappare con le unghie ogni traguardo. Si comincia da Empoli, poi il derby col Vicenza, che magari chissà ritroveremo pure alla resa dei conti finale, poi tutte le altre fino al Brescia all’ultima giornata. Quando poi finirà la stagione, con la speranza che in un modo o nell’altro la serie B sia ancora stretta fra le mani, ci sarà tempo e modo di riflettere sull’ennesimo spreco di risorse compiuto nell’attuale stagione. Perché non basta essere “potenzialmente da serie A” per diventare grandi. Bisognerebbe che Cestaro, prima o dopo, si convincesse a creare una struttura societaria all’altezza delle legittime ambizioni di grandezza che nutre da quando è presidente del Padova. Magari sistemando dietro la scrivania qualcuno che sappia anche dirgli di no, che sappia gestirne gli umori ballerini, che lo sappia consigliare nei momenti in cui bisogna tenere la schiena dritta e non farsi travolgere e abbattere dal primo venticello contrario. La chiave per salire al piano di sopra è sempre lì, davanti agli occhi. Basterebbe decidersi a utilizzarla. L’alternativa sono le solite, dannate sofferenze, che tutti saremmo ben felici di evitare.

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