OLTRE i 90′ | Gli invincibili allo Sheraton e quella foto con Stroppa

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

di Giacomo Stecca

Nonostante la mia prima partita di calcio vista allo stadio fosse stata, come raccontato in precedenza, Padova-Inter del 22 gennaio 1995, il mio primo vero incontro con un team di serie A avvenne invece qualche mese prima. Il 15 ottobre 1994 per la precisione e la squadra in questione fu niente meno che il Milan degli Invincibili, chiamato così perché sotto la guida del friulano Fabio Capello era riuscito in un’impresa storica: rimanere imbattuto nel campionato italiano per la bellezza di 58 gare consecutive, dal 26 maggio 1991 (in quella partita sulla panchina sedeva ancora Arrigo Sacchi) fino al 21 marzo del 1993. Quella compagine di fenomeni vinse poi tre Scudetti e tre Supercoppe italiane di fila e soprattutto era, nel momento in cui la incontrai quell’autunno, la detentrice della Coppa dei Campioni, vinta il maggio precedente contro il Barcellona del leggendario Johann Cruijff. I rossoneri, infatti, ad Atene in uno stadio Olimpico gremito, umiliarono i blaugrana con un sonoro 4 a 0 firmato da Massaro (doppietta), Savicevic e Desailly, aggiudicandosi così per la quinta volta la “coppa dalle grandi orecchie”.

Quella Domenica di ottobre, verso l’ora di pranzo, ero sdraiato sul pavimento del salotto e stavo attaccando in maniera chirurgica delle figurine sul mio nuovissimo album Panini acquistato solo qualche giorno prima, quando il telefono di casa si mise a squillare, corsi a rispondere e dall’altra parte dell’apparecchio c’era mio padre, uscito verso le 10 per andare a fare colazione con un cliente all’Hotel Sheraton. La sua voce echeggiò trionfale:

“Giacomo, vieni immediatamente qui. C’è il Milan in albergo.”

“Cooosa?”

Era passato ormai qualche mese da quando avevo scoperto grazie ai mondiali di Usa ’94 il favoloso mondo del “soccer”. Tornato dalle vacanze estive, mi ero letto tutto il materiale possibile e immaginabile per capire cosa mi fossi perso in quegli otto anni di vita senza pallone, mi ero iscritto alla scuola calcio del mio quartiere e grazie a mio papà che al tempo lavorava con il brand sportivo Lotto, avevo recuperato la maglia e i pantaloncini del Padova (squadra della mia città) e anche quelli del Milan (squadra di Paolo Maldini, giocatore di cui mi innamorai follemente guardando i mondiali americani).

Dopo quella telefonata surreale durata più o meno venticinque secondi andai subito in camera mia, mi infilai il completo a strisce verticali rossonere e uscii di casa assieme a mia madre, direzione: Corso Argentina 5.

Quando arrivammo alla grande e moderna struttura alberghiera, costruita solo sette anni prima, mi resi conto che mio padre aveva detto la verità e non era tutto un enorme scherzo di cattivo gusto. Il pullman nero con sul lato destro il logo del diavolo e la scritta A.C. MILAN in corsivo sostava monolitico nel parcheggio esterno e davanti all’entrata principale erano assiepati un centinaio di tifosi in delirio che aspettavano festanti l’uscita dei loro beniamini.

Io e mia madre, conoscendo un po’ il posto, entrammo dal retro evitando così supporters, giornalisti e sicurezza ed in un batter d’occhio ci trovammo seduti al Venetia Caffè, il bar dell’albergo, arredato elegantemente con uno stile che richiamava la città lagunare distante solo trenta chilometri da Padova.

Ricordo in maniera nitida che domandai a mia mamma cosa fossero quelle strane colonne bianche e azzurre, simili a dei giganteschi bastoncini di zucchero candito, poste vicino ai tavolini e mentre lei mi stava rispondendo, spiegandomi come quelle fossero strutture ispirate alle paline, i pali da ormeggio usati nella laguna di Venezia, di fianco a noi si sedette un giovane ragazzo sui venticinque anni, dai capelli lunghi e rossicci, vestito con un abito scuro con il logo del Milan sul petto.

Quasi caddi dalla sedia per l’emozione, era Giovanni Stroppa. Lo avevo visto in televisione col numero sette sulle spalle segnare un goal di testa in Coppa dei Campioni solo qualche giorno addietro, era tutto molto surreale. Mi avvicinai timidamente per chiedergli un autografo e lui con un sorriso a trentadue denti accontentò il mio desiderio, in più mio padre spuntato dal nulla ci fece una fotografia che conservo ancora oggi (che riporto qui): la mia prima immagine assieme ad un calciatore. Poi, piano piano cominciarono a scendere nella hall anche tutti gli altri membri della squadra. Mi ritrovai a tu per tu con il gigantesco portiere Sebastiano Rossi, con il capitano e monumento dei “casciavit” Franco Baresi, strinsi la mano all’eroe di Atene Daniele Massaro e infine incontrai quello che in estate era diventato il mio giocatore preferito: Paolo Maldini. L’elegante difensore del Milan e della nazionale italiana mi fece l’autografo mentre io lo fissavo a bocca aperta senza neppure riuscire a proferire parola. Rimiravo con soddisfazione il mio quaderno delle firme. Mi sembrava di essere in un sogno.

Pur essendo stati educatissimi e fermandosi un attimo con tutti i loro fans, si intuiva che i giocatori non fossero del tutto a loro agio. Sembravano un po’ nervosi, frettolosi di salire sul pullman, come se non vedessero l’ora di andare allo stadio. Poco dopo, tornato a casa, e sintonizzato sulla radio (una volta le partite si “vedevano” così) capii il perché: il telecronista spiegò infatti che il Milan stava passando un momento niente affatto positivo, veniva da due sconfitte pesanti in Campionato e in Coppa Italia e rischiava una grossa squalifica nel girone di Coppa dei Campioni per intemperanze del pubblico di casa durante Milan-Salisburgo. Ecco perché erano così nervosi, probabilmente i giocatori avevano voglia di dimostrare il loro valore sul campo.

Però si sa: quando non è giornata, non è giornata.

I rossoneri iniziarono la partita a testa bassa ma non furono per niente lucidi e i biancoscudati ne approfittarono quasi subito, con un contropiede fortunato finalizzato da Alexi Lalas al ventitreesimo minuto.Il primo americano dal dopoguerra a giocare in serie A infilzò Sebastiano Rossi di piatto e srotolò tutta la sua gioia sotto la tribuna est.

Capello nervosissimo cercò di scuotere i suoi che provarono con Giovanni Stroppa prima e con Demetrio Albertini poi a battere Adriano Bonaiuti, ma non ci fu nulla da fare, e il Padova in superiorità numerica per l’espulsione di Marcel Desailly raddoppiò. Al sessantesimo minuto Franco Gabrielli trovò con il piede destro (lui che era mancino) un goal epocale da fuori area. La sua meravigliosa esultanza correndo verso i compagni in panchina la vidi solo più tardi in televisione.

Nella mia cameretta ascoltai ogni secondo di quell’incredibile match, fino al liberatorio fischio finale dell’arbitro Trentalange. Era la prima vittoria in serie A dei biancoscudati dopo trentadue anni. Era la prima vittoria del Calcio Padova a cui assistevo (anche se non dal vivo) in vita mia.

Da un lato pensando a Maldini, Stroppa e Baresi, ero dispiaciuto, dall’altro ero euforico, la mia squadra, la squadra della città dove ero nato e vivevo, il Padova dei “poaretti” come lo avevano chiamato in radio, aveva appena battuto il miliardario Milan, aveva sconfitto gli Invincibili. Misi in un cassetto la maglia con cui ero andato allo Sheraton quella mattina e tirai fuori la casacca bianca e rossa con il Gattamelata sul petto. Il giorno dopo sarei andato orgogliosamente a scuola con quella.

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