Amarcord

OLTRE i ’90 | Il vero Vlaovic (terza parte)

OLTRE i ’90 | Il vero Vlaovic (terza parte)

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni '90

Giacomo Stecca

Dopo quell’incredibile impresa, di cui era stato uno degli artefici principali, Vlaovic venne confermato anche per la stagione successiva. La seconda di fila in serie A. Un’annata che si preannunciava, se possibile, ancora più complicata della precedente.

Il mercato estivo aveva visto partire gente come David Balleri, Marco Franceschetti e Filippo Maniero, ma l’acquisto di Massimo Ciocci e, soprattutto, quello di un giovane di belle speranze chiamato Nicola Amoruso, facevano ben sperare per il futuro. Goran e il suo nuovo compagno di reparto partirono alla grande, come coppia titolare, nel match di Coppa Italia contro il Monza. Segnarono entrambi e tutti si aspettavano di vederli schierati di nuovo assieme, qualche giorno dopo, per il grande esordio in campionato: Padova-Milan, ma la mattina del 22 agosto Vlaovic si svegliò con un fortissimo mal di testa. Il dolore non accennava a passare e il giocatore preoccupato avvisò subito i medici del proprio club che, prima di tutto gli fecero saltare la gara contro i rossoneri e in secondo luogo gli prescrissero degli esami, non sospettando, però, che si trattasse di qualcosa di così grave. Invece, Lunedi 28 agosto, la sconfitta del Biancoscudo con il Milan di Baggio e Weah del giorno precedente, passò del tutto in secondo piano quando arrivò la diagnosi: ipertensione endocranica benigna. Il medico sociale del Padova, il Dottor Munari, spiegò come nelle meningi del cervello di Goran fosse stato riscontrato un aumento eccessivo del liquor (il liquido che scorre al loro interno) e come questa disfunzione potesse provocare cefalee molto dolorose. La patologia accusata dall’attaccante patavino era piuttosto rara e necessitava di un immediato intervento chirurgico in modo che col passare del tempo non potesse portare a ictus o a danni celebrali permanenti, così il 15 Settembre, nel nord del Belgio, a Gent, Vlaovic fu operato dal Professor Jacques Caemaert. Il medico lo rassicurò, dicendogli che sarebbe tornato a giocare senza nessuna controindicazione. E, col senno di poi, Caemaert aveva totalmente ragione. In quelle ore però, Il Padova, i padovani e la serie A restarono con il fiato sospeso mentre il chirurgo operava l’atleta, attraverso un piccolo foro nella zona della testa, e cercava di ripristinargli una circolazione uniforme. Tutto andò per il verso giusto e dopo pochi giorni il giocatore iniziò il suo percorso di riabilitazione.

Di quelle settimane, ricordo svariate interviste. In una di queste Vlaovic ammise che quando si dovette fermare a causa del troppo dolore che l’aveva fatto svegliare nel cuore della notte con forti nausee, aveva avuto paura di morire. Ne ricordo anche un’altra, rilasciata al “Mattino” in cui ammise, appena tornato a Padova, con la testa non più dolorante, come quello fosse uno dei giorni migliori della sua vita.

Finalmente il 3 dicembre del 1995, a circa tre mesi dall’operazione, si tornò a parlare di lui solo dal punto di vista sportivo e non per i guai di salute. Goran affondò i tacchetti delle sue scarpe Lotto nell’erba dell’Euganeo nella partita casalinga contro la Fiorentina. Ad accoglierlo ci fu un eccezionale clima di festa che venne, solo parzialmente, rovinato dalla sconfitta, rimediata a causa di un goal dei toscani, siglato all’ultimo minuto da Gabriel Omar Batistuta.

La gioia vera, e non spezzata a metà, non tardò comunque ad arrivare. La domenica seguente approdò nella città del Santo l’Internazionale di Roy Hodgson e in quel frangente il centravanti croato sprigionò tutta l’energia accumulata nei mesi precedenti, siglando ben due reti (una al sedicesimo e una al quarantasettesimo) e regalando ai patavini tre punti importantissimi in ottica della lotta per la salvezza. Non essendo ancora del tutto in forma, mister Sandreani lo sostituì al settantesimo minuto, in modo da fargli tributare una standing ovation da parte del pubblico di casa. Goran dedicò i due goal alla sua famiglia e al professor Caemert, che l’aveva curato.

Da quel giorno Vlaovic segnò con regolarità fino al termine della stagione. Purtroppo le sue tredici reti in ventitrè partite non risultarono sufficienti a mantenere il Padova in serie A per il secondo anno di fila. I Biancoscudati terminarono il campionato all’ultimo posto e non riuscirono a replicare il miracolo dell’annata precedente.

Il croato, però, fu una vera e propria rivelazione del nostro torneo. Fece due goal all’Atalanta, uno all’Udinese, due al Napoli, uno nel derby contro il Vicenza, uno alla Sampdoria, due alla Fiorentina, uno alla Roma e uno agli isolani del Cagliari, guadagnandosi di pieno diritto il ruolo di uomo mercato. La società di Via Sorio 43 sapeva di non poter permettersi le prestazione dell’atleta anche in seconda serie e così decise di venderlo. Vlaovic sembrava destinato ad andare a Napoli, poi, dopo una trattativa che fece andare su tutte le furie Ferlaino, decise di volare verso la Spagna per giocare con il Valencia.

Proprio la squadra di cui stavo visitando lo stadio. E in quella parete del “Mestalla” dove erano stampate le formazioni vittoriose dei “pipistrell”, lessi il suo nome per ben due volte. In quella della Coppa di Spagna del 1998-1999, come accennavo prima, e nella successiva Supercoppa del 1999.

Sempre nel periodo in cui militava nelle file dei valenciani, Goran conquistò, in estate, la medaglia di bronzo ai mondiali di France ’98 con la Croazia. Un piazzamento storico, sorpassato solo dal più recente secondo posto dei croati ai Mondiali ‘18 .

 

Niente male per quel ragazzo di Nova Gradiska che sarebbe dovuto diventare un sacerdote e che invece sognava di tirare calci ad un pallone.

 

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