Padova Sport Editoriale Buon lavoro mister Calabro, hai il vento in poppa. Ma questa panchina non è mai stata facile

Buon lavoro mister Calabro, hai il vento in poppa. Ma questa panchina non è mai stata facile

Stefano Viafora
Una piazza che sa trascinare, ma che sa anche divorare. Il nuovo allenatore però può sfruttare l'entusiasmo ereditato dalla scorsa stagione

Antonio Calabro arriva a Padova probabilmente nel momento migliore degli ultimi anni. E già questo, da queste parti, è quasi una notizia. La scorsa stagione si è chiusa con una salvezza conquistata sul filo del traguardo, ma soprattutto con la sensazione che qualcosa sia cambiato davvero. Attorno alla squadra si è ricreato entusiasmo, il pubblico è tornato a riconoscersi nel biancoscudo e l'apertura della nuova Curva Sud ha restituito allo stadio Euganeo un'anima che sembrava perduta. Quest'anno, poi, quella curva accompagnerà il Padova fin dalla prima giornata e non soltanto per un fugace assaggio di tre partite.

Anche la società sembra aver voltato pagina. I toni prudenti del passato hanno lasciato spazio a un progetto diverso, più ambizioso. Mirabelli lo ha spiegato chiaramente in conferenza stampa: la Serie A non è più un sogno proibito, ma un obiettivo da costruire "mattoncino dopo mattoncino". Una frase che racconta una strategia precisa e che inevitabilmente cambia anche le aspettative.

Calabro, insomma, eredita una situazione favorevole. Avrà una rosa costruita per essere competitiva, una società intenzionata a investire, un direttore sportivo che sembra avere le idee molto chiare e una città che, dopo tanto tempo, ha ritrovato la voglia di sognare. Non è poco. Anzi, è molto più di quanto abbiano trovato parecchi suoi predecessori. C'è anche una piccola coincidenza che il nuovo tecnico ha voluto leggere con particolare emozione. L'ufficialità del suo approdo sulla panchina biancoscudata è arrivata il 13 giugno, giorno di Sant'Antonio, patrono della città. "Sono devoto a Sant'Antonio e il 13 giugno volevo spesso venire al Santo. Ci sono riuscito quest'anno. Sono molto credente e per me è un valore in più poter lavorare in questa città. Non vedo l'ora di andare a trovare il Santo in Basilica", ha raccontato in conferenza stampa. Un dettaglio che racconta qualcosa del rapporto che Calabro sembra voler costruire fin dal primo giorno con Padova e con la sua identità.

Eppure c'è un piccolo dettaglio che merita di essere ricordato. La panchina del Padova, negli ultimi vent'anni, ha avuto una curiosa tendenza: consumare gli allenatori. È difficile spiegare il perché. Una lunga serie di tecnici arrivati con curriculum importanti o grandi prospettive e ripartiti con qualche certezza in meno. Come se la panchina biancoscudata fosse una sorta di lavatrice industriale: entri con le idee, esci strizzato. Ci hanno provato gli emergenti, quelli destinati a una carriera luminosa. Dal Canto, Pea, Marcolin, Brevi, Sullo, fino ad arrivare ad Andreoletti. Ognuno è arrivato con la propria filosofia, il proprio entusiasmo, la convinzione di poter essere quello giusto. Nessuno è riuscito a fare del Padova il trampolino definitivo della propria carriera.

Poi sono passati anche gli uomini d'esperienza. Foscarini, Mandorlini, Pavanel, Oddo, Torrente e tanti altri. Tecnici che avevano già visto praticamente tutto nel calcio italiano. Eppure anche loro, a Padova, hanno trovato una piazza capace di mettere tutto in discussione. Una piazza passionale, esigente, spesso impaziente. A volte persino contraddittoria. Una piazza che sa trascinare, ma che sa anche divorare.

Per questo sarebbe troppo semplice dire a Calabro che arriva nel posto giusto al momento giusto. Arriva certamente nel momento migliore. Ma non necessariamente nel posto più semplice. Perché allenare il Padova significa convivere con aspettative enormi. Significa sapere che una vittoria viene archiviata in fretta, mentre una sconfitta resta sul tavolo molto più a lungo. Significa allenare una città che ama il calcio, che ha conosciuto categorie importanti e che considera la Serie B soltanto una tappa, non un punto d'arrivo. Ed è proprio qui che questa storia potrebbe finalmente cambiare.

Calabro ha dalla sua una fame che sembra sposarsi perfettamente con quella della piazza. Ha idee riconoscibili, personalità e una società che gli sta costruendo una squadra seguendo i suoi desiderata. Non dovrà adattarsi a un progetto pensato da altri: sarà il progetto, almeno in larga parte, ad adattarsi alle sue caratteristiche. È una differenza sostanziale. Anche il contesto, per la prima volta dopo molti anni, sembra giocare dalla parte dell'allenatore. L'entusiasmo c'è, la fiducia pure. Il pubblico è pronto a spingere e la società, almeno nelle intenzioni, sembra voler programmare anziché rincorrere.

Insomma, mister Calabro, il vento è davvero in poppa. Ma si ricordi sempre una cosa: il mare davanti a Padova è spesso molto più agitato di quanto sembri dal porto. Se riuscirà a portare questa nave verso la Serie A, spezzerà una maledizione lunga trent'anni. E forse, insieme al Padova, rilancerà definitivamente anche la propria carriera. Perché in fondo le grandi storie sono proprio queste: quelle che tutti considerano difficili, fino al giorno in cui qualcuno decide semplicemente di scriverne il finale.