Padova, guarda al modello Parma: cuore locale e capitali (anche) stranieri

Il Padova, salvo miracolo calcistico, è destinato a ritornare subito nell’inferno della serie C. Un duro colpo alla piazza, che aveva appena ricominciato a ricompattarsi  e a vedere crescere il proprio entusiasmo dopo il crac del 2014, grazie alla rinascita firmata da Bergamin e Bonetto e poi dal solo Bonetto. In ballo c’è anche il milionario progetto del nuovo Stadio Euganeo, che chiede però un impegno economico notevole e numerosi finanziatori (un prestito importante potrebbe arrivare dal Credito Sportivo guidato da Andrea Abodi, venerdì dovrebbero già esserci notizie a questo proposito): che tutto possa naufragare è ipotesi da non scartare a priori, almeno fintanto che non saranno note le intenzioni del socio al 40% Joseph Oughourlian.
Il calcio comunque insegna che una retrocessione non è la fine, ma può essere un nuovo inizio. Il Cittadella, retrocesso nel 2015 in serie C, ripartì con slancio confermando quasi tutta la squadra. Un caso anomalo in realtà, perché i giocatori accettarono di abbassarsi lo stipendio per riconquistare la categoria perduta. Il caso eclatante è quello del Parma, che dopo la caduta in serie D, ha inanellato tre promozioni di seguito, stabilizzandosi oggi in serie A. Una città più piccola di Padova, ma calcisticamente più vivace, con una storia importante alle spalle. La rinascita del 2015 parte da una cordata parmigiana di imprenditori guidata da Marco Ferrari, convinto di poter resuscitare per la terza volta una società ferita da un crac finanziario e da scandalosi passaggi di mano. La missione è riuscita pur con qualche imprevisto, rispetto i disegni originari. Il calcio “a chilometro zero” tutto made in Parma è fallito con l’addio di Nevio Scala, si è passati poi a un ibrido finanziario, con innesto corposo di capitali cinesi (con l’arrivo di un facoltoso uomo d’affari di Shanghai). Ma l’impronta di chi ci ha creduto dall’inizio è rimasta. E la promozione in A in tre anni è il successo di un’idea e di chi in quella idea ha creduto dall’inizio. Il Padova potrebbe seguire le orme del modello Parma, ma deve saper far gruppo (cosa mai successa fin qui, se si esclude il binomio Bergamin-Bonetto). Per una risalita come quella del Parma è impensabile oggi farcela con soli padovani, i primi 3-4 per fatturato per diversi motivi non sono interessati a investire (Gabrielli è il Cittadella, la famiglia Canella non vuole concentrare i propri investimenti in un’unica realtà sportiva, Safilo non è interessata al calcio, Banzato di Acciaierie Venete rimane legato al rugby). Ed ecco che la figura di Joseph Oughourlian continua a essere centrale: al momento l’investitore franco armeno è concentrato sul Lens (di cui è proprietario, avendo acquisito le quote appartenenti dal 2016 all’Atletico Madrid), ma che intenzioni ha riguardo al Padova, di cui detiene una fetta importante di quote? Oughourlian con un progetto a più ampio respiro (vedi stadio) potrebbe rimanere in sella e risultare decisivo per il futuro del Calcio Padova, anche attraendo nuovi capitali stranieri. Ma le sue “mire” rimangono ancora piuttosto misteriose.

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