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Il decimo timbro in campionato di Mattia Bortolussi è forse quello più importante. Lo ricorderà per sempre il nostro bomber, sotto quella curva che non vedeva l'ora di esplodere in un urlo liberatorio (come tutto il resto dello stadio).
È un gol che nasce da un batti e ribatti feroce in area, da quella voglia quasi ostinata di non mollare mai il pallone, di andarselo a riprendere centimetro dopo centimetro. In mezzo a quella mischia c’è tutta la determinazione del Padova, ma anche l’energia nuova che arriva da una Curva Sud finalmente viva, pulsante, capace di trascinare e – perché no – di “spingere” simbolicamente quel pallone oltre la linea. Un’esplosione che vale molto più di un semplice vantaggio: è la liberazione da un peso enorme, quello delle cinque sconfitte consecutive che avevano riaperto scenari preoccupanti. Questo 1-0 contro l’Empoli ha il sapore di una svolta, o quantomeno di una boccata d’ossigeno fondamentale. Ora, però, non c’è tempo per fermarsi: all’orizzonte c’è un altro scontro diretto, quello con la Reggiana, vittoriosa a sua volta e ancora in scia a quattro punti. Una rincorsa che resta apertissima, ma che da ieri può contare su un alleato in più.
Un altro aspetto che merita attenzione è il possibile effetto traino della nuova Curva Sud. Contro l’Empoli si sono visti tanti volti nuovi, tifosi “occasionali” richiamati dall’importanza della partita ma anche dalla curiosità di vivere da vicino una novità attesa per anni. E quella spinta continua, quel modo di stare addosso alla squadra per novanta minuti, può aver lasciato il segno: una sorta di imprinting emotivo per chi era allo stadio magari per la prima volta.
Qualcuno lo ha già definito “effetto Appiani”, richiamando le atmosfere del vecchio impianto con le curve a ridosso del campo, capaci di fare davvero la differenza. Al di là delle etichette, la sensazione è che qualcosa sia cambiato: l’Euganeo, spesso percepito come freddo e dispersivo, ieri ha mostrato un volto diverso, più caldo, più coinvolgente.
Se questa scintilla riuscirà a trasformarsi in abitudine, vedere certi numeri sugli spalti potrebbe non essere più un’eccezione. Naturalmente, tutto passa dai risultati: la conquista della salvezza resta la condizione imprescindibile per consolidare entusiasmo e ricostruire una base solida di tifo.
C’è poi la mano di Roberto Breda, alla seconda partita sulla panchina biancoscudata e alla prima davanti al pubblico dell’Euganeo. Le sue scelte hanno dato segnali chiari: due sottopunte come Di Mariano e Varas alle spalle di Bortolussi, per aumentare presenza e imprevedibilità negli ultimi metri, e un centrocampo affidato al “gruppo storico” formato da Capelli, Crisetig, Fusi e Favale, da cui sono arrivate risposte importanti in termini di equilibrio e personalità. In difesa, la decisione di puntare su Perrotta centrale, con Sgarbi e Pastina come braccetti, ha dato solidità a un reparto che aveva bisogno di certezze.
La squadra ha mostrato compattezza e unità, anche nelle piccole scintille viste in campo, figlie di una tensione positiva e di una partita che valeva tantissimo. È proprio nel secondo tempo che il Padova ha costruito la sua vittoria (anche con i giusti cambi): una frazione giocata con coraggio, intensità e sostanza, in cui – sospinto dalla nuova Curva Sud – ha progressivamente messo alle corde l’Empoli fino a trovare il colpo decisivo.
Breda, più che rivoluzionare, sembra aver alleggerito la squadra, togliendo un po’ di quella tensione accumulata nelle ultime settimane. Non tanto confusione tattica, quanto un approccio forse troppo carico nella gestione precedente, che aveva finito per appesantire il gruppo. La staffetta, in questo senso, appare oggi come un passaggio quasi necessario. Ma il percorso è tutt’altro che concluso: il Padova è ancora a metà del guado e dovrà dare continuità a questa prova per trasformare un segnale incoraggiante in una vera svolta.
Un passo alla volta, senza perdere di vista l’obiettivo. Il crinale tra fallimento sportivo e stagione salvata è sottilissimo, infido, e ogni passo va pesato con attenzione. Adesso conta solo questo: restare dentro la lotta, fare punti, tenere la barra dritta. Poi verrà il tempo dei bilanci, delle analisi e, se necessario, dei processi. Chi avrà sbagliato si assumerà le proprie responsabilità, come è giusto che sia. Ma oggi no. Oggi serve lucidità, non caccia al colpevole. E invece a Padova - intesa come piazza -tendiamo sempre a complicarci la vita da soli. Tra spalti e tribuna stampa, c'è chi sembra aspettare solo il momento giusto per puntare il dito, con fin troppa foga, verso chi questa squadra l’ha costruita. Un atteggiamento che dice più sulla fretta di giudicare che sulla reale volontà di capire. E che, in una fase così delicata, rischia solo di togliere energie a un ambiente che avrebbe invece bisogno, più che mai, di compattezza.
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