L’EDITORIALE/ La crisi che verrà ucciderà lo sport? Al contrario, potrebbe essere un’opportunità

di Stefano Viafora
padova

Spesso di questi tempi si sente dire che calcio e sport possono anche aspettare, in fondo non sono così importanti. Sbagliato. Lo sport in realtà va immaginato come una grande azienda (vale in Italia l’1,7% del Pil del Paese, secondo le stime del Coni, quindi 30 miliardi di euro. E se si considera anche l’indotto, raddoppia a 60 miliardi). Tolta l’attività produttiva strategica, indispensabile a garantirci beni e servizi essenziali, tutto il resto, se vogliamo, ha pari dignità. Attorno al mondo del calcio e dello sport in generale, ruotano migliaia di persone, stipendiate. Non si pensi solo al calciatore di serie A, ma anche al fisioterapista, all’allenatore delle giovanili, all’addetto stampa di serie C (o di altri sport definiti “minori”). Che vivono, con poco, di questo lavoro. Senza dimenticare di quanto abbiano un ruolo cruciale in una società l’intrattenimento e il divertimento (si guardi all’origine della parola, dal latino divertere, volgere altrove. Il divertimento, nel senso proprio del termine, è distrazione). Magari, piuttosto, questa crisi può servire, specie nell’ambiente calcio, a togliere un po’ quell’aura ingiustificata di megalomania: personaggi che camminano a tre metri da terra, con presunzioni e pretese inversamente proporzionali al grado di istruzione. Ingaggi a volte troppo pompati, non solo dei calciatori, ma anche dei procuratori e degli intermediari. Tutto questo servirà ad abbassare un po’ l’asticella, a far scoppiare una bolla che era cresciuta troppo.

Adesso serve una strategia per ripartire, magari senza buttare via totalmente la stagione 2019/20. Sarebbe piuttosto frustrante. Se può sembrare poco lecito chiudere il campionato con un play-off o play-out, lo è molto di più azzerare il campionato (qualcuno lo ha già fatto), rendendo tempo perso i sei-sette mesi disputati e togliendo la possibilità a chi ha investito o chi semplicemente aveva indovinato la stagione, di non poter essere gratificato dal risultato finale. Una volta deciso come chiudere la stagione 2019/20 (probabilmente il problema minore), bisogna poi pensare alla ripartenza per la stagione successiva, il vero dilemma. Nei campionati dilettantistici si prospetta una vera ecatombe di società sportive, e chi riuscirà comunque a stare in piedi dovrà tener conto di una forte contrazione alla voce sponsorizzazioni. Bisognerà quindi per forza abbassare i costi di accesso.

Per costi d’accesso intendiamo fideiussione e iscrizione. Una decisione saggia sarebbe quella di ridurle in modo deciso per evitare che molti club non si iscrivano (teniamo conto che i club sono i principali “clienti” della federazioni, ovvero quelli che pagano. Dopo la crisi finanziaria del 2008, saltarono 1500 club dilettantistici su 12500 tra quelli della LND. Le Federazioni hanno tutto l’interesse a far sì che si iscrivano più club possibili). A proposito di fideiussione, nelle categorie più basse questo onere viene spesso evaso attraverso la costituzione della fideiussione, ovvero un versamento di pari importo, una sorta di caparra: significa immobilizzare risorse significative per una società sportiva. Un motivo valido per abbassarla. Un’altra via che può essere percorsa è quella di aprire alle fideiussioni non bancarie ma assicurative. Sono più facili da ottenere e meno costose. Riguardo l’iscrizione, va sviluppato maggiormente il meccanismo della rateizzazione. Invece di assolvere totalmente l’iscrizione entro il 30 ottobre, per esempio, si potrebbe spostare la scadenza anche ai primi mesi dell’anno nuovo. Se da una parte non è attuabile il cosiddetto “anno bianco fiscale”, dall’altro va detto che le Federazioni hanno tutti gli strumenti per venire incontro ai club. Possono attingere agli utili delle annate precedenti e ai ricchi fondi che hanno in cassa, ci sono Federazioni notevolmente patrimonializzate (con immobili di proprietà). Inoltre con tre-quattro mesi di esercizio in pausa, sono stati risparmiati molti soldi (collaboratori, eventi non realizzati, possibilità di cassa integrazione dei dipendenti dove possibile). Forse è arrivato il momento di restituire qualcosa… Senza contare certe strutture elefantiache che non sono mai state toccate da anni e che vanno totalmente ripensate (quella del calcio in particolare). L’informatizzazione ad esempio è d’obbligo e i benefici devono ricadere anche sulle società sportive (alcune Federazioni fanno ancora pagare migliaia di euro alle società per le spese di spedizione, anche se ormai le comunicazioni avvengono via mail).
Le Federazioni non sono molto tempestive nel cogliere i passaggi epocali. C’è una sorta di sfasamento tra club e Federazioni in periodi come questo: i club toccano subito con mano l’emergenza, le Federazioni ci arrivano con più tempo. Quando magari scopriranno che con molti meno club le entrate saranno più basse. Così è successo dopo l’ultima crisi, quella del 2008/09.

Anche le società sportive devono cambiare qualcosa: tra quelle professionistiche vanno rivisti al ribasso i compensi della parte tenico-sportiva, compresi quelli (molte volte ingiustificati) degli agenti dei giocatori. Riguardo alle società dilettantistiche per restare in vita c’è bisogno di attrarre sponsorizzazioni. Molte di queste società sono totalmente incapaci di essere attrattive affidandosi unicamente a sponsorizzazioni dell’amico del presidente o del genitore del ragazzo delle giovanili. Quel tempo è finito. Nessuna azienda butterà via soldi nello sport senza un buon ritorno di immagine e visibilità. Forse questa situazione accelererà anche questo processo: affidarsi a persone competenti, non a improvvisati. Dai momenti di crisi si può ripartire con nuove idee e nuovi stimoli. Anche lo sport può rimettersi in carreggiata ma serve buon senso da parte di tutte le componenti.

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