Sei partite, sette punti e tanti interrogativi. Dalla sterilità offensiva alle scelte di Calabro, passando per alcuni giocatori sotto rendimento: il tempo degli alibi sta finendo

Alvini

Massimiliano Alvini su serie B e Padova, guarda l’intervista

Sì, siamo un po' in ritardo. Questo Padova potrebbe essere benissimo la versione estiva di una squadra che sta cercando la sua identità e i suoi equilibri, un cantiere aperto, in pratica. Invece siamo a metà ottobre, con sei partite alle spalle (più una di Coppa Italia). La Serie B però, lo sappiamo, non aspetta. È spietata. Brulica di squadre e piazze ambiziose, con la bava alla bocca, dalle big alle piccole. Tutte affamate, tutte pronte ad azzannare chi resta indietro.

E allora sette punti in sei partite non possono essere soltanto un dato statistico da archiviare in fretta. Sono un campanello d'allarme. Soprattutto per come sono arrivati, per quello che si è visto in campo e, ancora di più, per quello che non si è visto. Dopo Padova-Carrarese sono arrivati anche i primi fischi dagli spalti. Non una sentenza definitiva, ma un segnale inequivocabile: la pazienza del pubblico non è infinita. E sarebbe sbagliato liquidare tutto con la solita retorica della piazza esigente. Chi paga il biglietto vuole vedere una squadra che lotta, che produce gioco, che dà almeno l'impressione di sapere dove andare. Al momento, invece, il Padova sembra procedere a tentoni.

Moro

Contro la Carrarese, ultima in classifica, l'attacco biancoscudato è rimasto ancora a secco. Una sola vera occasione, quella capitata a Luca Moro e sciupata dall'attaccante. Poi poco altro, troppo poco per pensare di portare a casa una partita che, sulla carta, avrebbe dovuto rappresentare l'occasione perfetta per ripartire. Il debutto di Artistico a inizio ripresa non ha cambiato l'inerzia della gara: l'attaccante è ancora lontano dalla condizione migliore e, soprattutto, il raddoppio immediato degli ospiti ha spento sul nascere ogni tentativo di reazione. Una squadra che deve rimontare, che fatica a segnare e che non riesce a costruire occasioni con continuità. Il quadro è questo. E non è rassicurante.

L'attacco non punge, Calabro cerca la formula

La sterilità offensiva sta diventando il problema più evidente. Non soltanto perché il Padova non segna, ma perché sembra faticare persino a costruire le condizioni per farlo. Da qui la scelta di Calabro di osare qualcosa in più, arretrando Caprari tra centrocampo e attacco e provando a modificare gli equilibri della squadra. Una soluzione che, al netto di un primo quarto d'ora incoraggiante, non ha prodotto i risultati sperati.

Il problema è che il tecnico sembra ancora alla roulette, alla ricerca della combinazione giusta. Cambia gli uomini, prova a ridisegnare gli incastri, cerca interpreti capaci di tradurre in campo le proprie idee. Ma per ora la risposta del gruppo è insufficiente. Qualcuno è finito ai margini, come Pompetti, altri giocatori stanno rendendo ben al di sotto delle aspettative. E il gioco, di conseguenza, fatica a decollare. Attenzione, però: non si tratta di bocciare un allenatore dopo sei giornate. Si tratta di riconoscere che il tempo per trovare la quadra non è illimitato. Soprattutto quando la squadra ha bisogno di certezze e ogni nuova partita rischia di aggiungere dubbi ai dubbi.

Zuelli sotto tono: dov'è finito il regista della Carrarese?

C'è un nome che merita un discorso a parte: Emanuele Zuelli. Perché il centrocampista che a Padova abbiamo visto finora è soltanto una versione parziale di quello ammirato nella scorsa stagione con la maglia della Carrarese. L'anno scorso era uno dei motori della squadra toscana. Un centrocampista capace di dettare i tempi, giocare sul corto con precisione e trovare profondità con lanci millimetrici. Tecnica, visione, capacità di utilizzare entrambi i piedi. Ma anche intelligenza tattica, posizionamento e letture in fase di non possesso, per intercettare palloni e dare equilibrio alla squadra.

Insomma, un giocatore in grado di partecipare a entrambe le fasi, di collegare i reparti e di dare una direzione alla manovra. A Padova, invece, queste qualità si sono viste soltanto a sprazzi. Non abbastanza per diventare un punto di riferimento. E contro la Carrarese l'abbassamento di Caprari in una posizione quasi da regista lo ha ulteriormente limitato, togliendogli spazio e centralità nella costruzione. La domanda, allora, è semplice: stiamo aspettando che Zuelli ritrovi la sua dimensione oppure siamo noi a non aver ancora trovato il modo giusto per valorizzarlo? Perché il materiale tecnico c'è. Ma un centrocampista con queste caratteristiche non può restare un lusso intermittente: deve diventare una risorsa stabile, uno di quelli a cui consegnare le chiavi della manovra.

Tre settimane di lavoro non sfruttate

C'è poi un aspetto che rende la sconfitta contro la Carrarese ancora più difficile da digerire. Prima della sosta, nonostante il ko, contro la corazzata Palermo si erano intravisti segnali incoraggianti. Una squadra capace almeno a tratti di tenere testa a un avversario attrezzato, di mostrare intensità e di lasciare intravedere qualche traccia di crescita.Poi tre settimane per lavorare, correggere gli errori, recuperare energie e preparare una partita sulla carta favorevole. In casa, contro l'ultima della classe. Le condizioni ideali per ripartire, ritrovare fiducia e dare una svolta al campionato.

E invece è arrivata una prestazione sconcertante. Non è tanto il risultato in sé a preoccupare, quanto la sensazione di essere tornati indietro. Come se il lavoro svolto non avesse prodotto i progressi attesi, come se il gruppo non fosse riuscito a trasformare il tempo a disposizione in maggiore organizzazione, sicurezza e incisività. Certo, tre settimane non sono una bacchetta magica. Ma sono abbastanza per aspettarsi almeno qualche risposta. E quella vista contro la Carrarese, francamente, è stata troppo debole.

Moro, da macchina da gol a oggetto misterioso

E poi c'è Luca Moro. Forse il simbolo più evidente delle difficoltà offensive del Padova. Che fine ha fatto l'attaccante che a Catania sembrava una macchina da gol? È vero, il percorso successivo non ha confermato quei numeri con la stessa continuità. Ma Moro ha sempre avuto una caratteristica importante: la capacità di far valere il fisico, di essere presente nei duelli aerei, di occupare l'area di rigore e trasformarsi in un riferimento per i compagni.

Un centravanti che deve riempire l'area, attaccare lo spazio, farsi trovare nel posto giusto quando il pallone arriva dalle fasce o quando la manovra si sviluppa centralmente. Non necessariamente un giocatore chiamato a inventare calcio lontano dalla porta, ma un attaccante che deve vivere negli ultimi sedici metri.

A Padova, invece, il suo opportunismo sembra essersi azzerato. I movimenti non incidono, la presenza in area è spesso impalpabile, le occasioni non vengono trasformate. Contro la Carrarese ne ha avuta una, e non l'ha sfruttata. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi all'episodio: il problema è più ampio e riguarda il rendimento complessivo. Moro sembra la copia sbiadita di se stesso. E recuperarlo non è soltanto un obiettivo individuale: è una necessità per una squadra che, là davanti, non può permettersi di perdere anche il proprio riferimento offensivo. Perché un attacco che non segna può nascondere problemi diversi: costruzione insufficiente, movimenti sbagliati, poca fiducia, interpreti fuori condizione. Il compito dello staff è capire dove si inceppa il meccanismo.

Calabro e la macchina di grande cilindrata

In questi giorni il dito è stato puntato soprattutto contro Antonio Calabro. È inevitabile. L'allenatore è il primo responsabile delle scelte, dell'organizzazione e dei risultati. Ma è anche quello che oggi si trova nella posizione più scomoda: dover far rendere subito una squadra costruita per essere competitiva. La società ha investito, ha consegnato al tecnico una rosa con ambizioni e qualità. Per dirla con una metafora già utilizzata da Roberto Breda, che sperava di poter guidare un'Audi o una BMW, la macchina a disposizione non dovrebbe essere di quelle costrette a viaggiare con il freno a mano tirato.

Ma avere una macchina di cilindrata superiore non significa automaticamente saperla guidare. Bisogna trovare la strada, conoscere i comandi, individuare la velocità giusta. E soprattutto evitare di cambiare continuamente marcia senza riuscire a prendere ritmo: deve capire quali siano gli uomini su cui puntare, come mettere i giocatori migliori nelle condizioni di esprimersi e quale identità dare a una squadra che oggi appare ancora troppo fragile e prevedibile. Non basta avere buoni interpreti: bisogna farli funzionare insieme. La sua posizione, però, è inevitabilmente legata ai risultati. Nel calcio professionistico, soprattutto in una piazza come Padova, il credito non è infinito. E quando le aspettative sono alte, il tempo concesso per costruire si riduce.

Il tempo delle risposte è adesso: Entella

Sette punti in sei partite non condannano nessuno. Il campionato è ancora lungo e la classifica può cambiare rapidamente. Ma non ci si può nemmeno nascondere dietro il tempo che manca alla fine della stagione. La Serie B è una maratona, sì, ma è anche una corsa a ostacoli in cui ogni passaggio a vuoto rischia di lasciare il segno (vedi negli ultimi anni...).

Il Padova deve ritrovare certezze, gol e personalità. Deve recuperare giocatori importanti, valorizzare le qualità della rosa e smettere di dare l'impressione di dover ricominciare da capo ogni volta che scende in campo. Altrimenti il rischio è quello già visto troppe volte a Padova: un allenatore arrivato con buone credenziali, chiamato a guidare un progetto ambizioso e finito, nel giro di poche settimane, sotto il peso delle aspettative e dell'impazienza. Questa piazza sa essere trascinante, ma sa anche diventare una centrifuga. Ecco che la partita casalinga contro la Virtus Entella di sabato deve essere sfruttata per una vigorosa sterzata rispetto quello che abbiamo visto fin qui. Una partita-trappola, contro una squadra appartenente al gruppo delle "piccole", che però sa già bene come destreggiarsi in questa categoria. Rialzare la testa è un obbligo: per quanto fatto dalla società, per la passione dei tifosi: ci sono tutte le carte in regola per fare meglio di così.

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