La rottura ormai è insanabile, ma prima di chiedersi perché l'argentino voglia restare, bisognerebbe chiedersi perché il club sia arrivato a non volerlo più
Dalla mattina di sabato 20 giugno, quando siamo usciti con questa esclusiva, nella Padova calcistica (e non solo) non si parla d'altro. Chi ha ragione tra Papu Gomez e il Padova? Da una parte c'è l'argentino, che rivendica legittimamente il proprio diritto a restare. Dall'altra c'è il Padova, che sembra aver già preso una decisione definitiva sul suo futuro. Nel mezzo, una tifoseria divisa tra chi vorrebbe concedere un'altra opportunità a un campione del mondo e chi invece ritiene conclusa un'esperienza che non ha mai realmente preso il volo.
Partiamo da un punto fermo. Il Papu ha tutto il diritto di rivendicare il proprio contratto. Il Padova ha tutto il diritto di scegliere chi deve fare parte del proprio progetto (tradotto, essere inserito nella lista dei 18 over). Ma se oggi una società decide di rinunciare a un campione del mondo ancora sotto contratto, il problema non può essere soltanto una caviglia malandata. E forse, prima di chiedersi perché Gomez voglia restare, bisognerebbe chiedersi perché il Padova sia arrivato a non volerlo più.
Chi osserva la vicenda soltanto dall'esterno vede un giocatore che vuole restare, forte del suo anno di contratto e della sua aura di campione del mondo in carica, e una società che vuole separarsi. Ma dentro una stagione esistono dinamiche, rapporti umani, episodi e valutazioni che raramente finiscono nei comunicati ufficiali. Ed è probabilmente lì che va cercata la vera spiegazione della rottura. Le società di calcio non prendono mai decisioni così drastiche a cuor leggero. Tantomeno quando riguardano un nome come Alejandro Gomez. Di un calciatore che, appena un anno fa, aveva acceso l'entusiasmo di un'intera città. L'arrivo del Papu venne accolto come un evento: non era soltanto un acquisto. Era la dimostrazione che il Padova poteva attrarre un profilo di livello internazionale. Era il campione del mondo che sceglieva Padova. Con un'immagine che vale più di tante parole: ricordate la fila interminabile di tifosi al Macron Store?
E allora viene spontaneo chiedersi: cosa è cambiato? La risposta non può essere soltanto il campo. Certo, le nove presenze complessive, gli infortuni e una stagione sfortunata hanno inevitabilmente pesato. Ma sarebbe riduttivo pensare che tutto si esaurisca lì. Perché nel calcio contano anche altre cose. Conta la presenza. Conta la leadership. Conta il modo in cui un giocatore vive l'ambiente che lo circonda. Conta il rapporto con la città. Conta la capacità di diventare un punto di riferimento quando non puoi aiutare la squadra sul terreno di gioco. In un anno a Padova il Papu Gomez è rimasto spesso una figura distante. Distante dai tifosi, distante dall'ambiente, distante perfino da quel racconto quotidiano che accompagna una squadra di calcio. Ha sempre preferito parlare poco e, quando lo ha fatto, ha scelto quasi sempre palcoscenici nazionali anziché confrontarsi con chi racconta il Padova ogni giorno. È una scelta legittima. Ma è anche una scelta che inevitabilmente contribuisce a creare distanza.
In queste ore da una parte di tifosi del Padova, ma anche da altre piazze dove Papu è stato profondamente amato, riecheggia una parola: RISPETTO. Rispetto per il Papu Gomez. Rispetto per la sua carriera. Rispetto per il campione del mondo. Rispetto per un giocatore che ha scritto pagine importanti del calcio italiano e internazionale. Proprio per questo, molti tifosi faticano ad accettare che possa essere trattato come qualsiasi altro giocatore. "Non si può trattare il Papu come Russini", si sente ripetere spesso in queste ore. "Un campione del mondo merita un trattamento diverso". Qualcuno si spinge anche oltre: una separazione così traumatica potrebbe persino danneggiare l'immagine del Calcio Padova. È una lettura comprensibile. Ma forse ce n'è anche un'altra. E se questa non fosse una questione di rispetto, ma di coerenza? Perché una società che decide di intraprendere una strada deve avere il coraggio di percorrerla fino in fondo. Anche quando è scomoda. Anche quando coinvolge il giocatore più famoso della rosa. Anche quando sa che la decisione scatenerà polemiche. Se davvero il Padova ritiene che Gomez non faccia più parte del progetto tecnico, allora fare eccezioni soltanto perché si chiama Papu Gomez significherebbe tradire quella linea che oggi il club rivendica con forza. Sarebbe più facile fare il contrario. Sarebbe più comodo nascondersi dietro il prestigio del nome, dietro il fascino del campione del mondo, dietro il timore delle critiche. Invece il Padova sembra aver scelto una strada diversa. Giusta o sbagliata lo dirà il tempo.
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