Cestaro come Mondonico, alza la sedia in cielo in segno di protesta. E alla fine il suo Famila Schio si qualifica…

di Redazione PadovaSport.TV

Una sedia sollevata contro le ingiustizie. Dei tanti modi in cui un presidente può farsi sentire durante una partita, Marcello Cestaro sceglie quello più incredibile (per chi non lo conosce): si protende oltre le transenne, raccoglie una seggiola di plastica blu dalla panchina di Schio facendo venire quasi un coccolone a Lasi e ad Altobelli. Ma che fa? La alza al cielo. O forse verso gli arbitri. Nel momento più difficile (ultimo quarto, 51-54 Madrid), sia per le sue ragazze che per i fischietti Tanatzis, Gabara, Kovacevic, che non ne azzeccano una. Partita sospesa per più di tre minuti e direttori di gara esterrefatti. Chi l’ha mai visto nei palazzetti di Slovacchia o di Germania un distinto 74enne brandire un brandello di panchina verso l’autorità? Segue un fitto dialogo con il commissario di campo. «Finché quello non se ne va, la partita non riprende», sentenziano. Serve tutto l’autocontrollo del capitano dei carabinieri Massimo Ferrari per convincere il primo tifoso arancione a rinunciare alle sue intemperanze. Il bello è che funziona. Il vento cambia. Alla ripresa del gioco il PalaCampagnola è un’arena, il match una corrida, il matador indossa la maglia numero 25. Robe da matti, anzi da Macchi, che con la sua cuadrilla infilza le spagnole: 57-55. Olè. Finita? Macché. Troppo semplice. Il finale lo ha scritto uno sceneggiatore di Hollywood. Di quelli bravi, anche. Ogni tiro è un dramma, ogni rimbalzo una sofferenza. Serve tutto l’aiuto della curva scledense per far sbagliare due volte consecutive Henry dalla lunetta sul 65 pari. Ma funziona anche l’apporto del pubblico. Il pareggio a 2.4 secondi sembra l’ennesima beffa. Ma poi tutto va come deve andare e l’happy ending è assicurato, E così ti ritorna in mente quella sedia che cambia l’inerzia del match. Ma cosa voleva fare, presidente? «Spacarghe la testa a quela stronsa là». Il resto è irripetibile. Ma cosa importa. «C’è solo un presidente» urlano i ragazzi del Kommandos durante la festa sul parquet. Ora, tutti a Ekaterinburg, verrebbe da dire. Vabbè, la sede delle Final 8 non è proprio una trasferta alla portata di ogni tasca. Ma dopo una serata così, come si fa a non pensarci?

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