Don Marco Pozza, il prete-maratoneta padovano che dà del “tu” al Papa

di Redazione PadovaSport.TV

Lunga intervista oggi sulle pagine de La Gazzetta dello Sport a un noto personaggio padovano: Don Marco Pozza, 40 anni, prete di frontiera, giornalista (menzione speciale al premio Biagio Agnes 2016), presentatore tv, scrittore (tanti libri, ben 3 sono altrettante interviste con papa France- sco) e sportivo non della domenica. Calciatore, ciclista e maratoneta («voglio scendere sotto le 2 ore e 40’, sono poco sopra»), amico di tanti campioni, come Simone Moro che lo ha seguito estasiato in tv durante la Via Crucis, scritta proprio da don Marco. «Simone mi ha chiamato per dirmi che gli sembrava di assistere a una esplorazione. E io ridevo, perché è stata proprio la sensazione che ho provato. Siamo molto amici, pure con Tamara. Durante le loro spedizioni, prego perché ritornino sani e salvi. Sì, qualcuno ha parlato di miracolo quando Tamara ha riportato alla vita Simone, caduto in un crepaccio. Forse è stato così, io ci vedo anche la forza di un team disposto a morire uno per l’altro. Cosa che assomiglia alla Fede. Lo sport è soprattutto questo».

Il Papa deve avere grande fiducia di lei: le ha affidato la scrittura della Via Crucis.

«Lui è il nostro fuoriclasse. Tre anni fa sono andato a Roma per incontrarlo la prima volta, dopo un suo invito nato perché incu- riosito da quello che facevo coi detenuti, ed ero nervoso. Non sapevo se dovevo dargli del lei, inchinarmi, baciargli la mano. Poi sono entrato, lui ha sorriso, mi sono sciolto: l’ho abbracciato, dandogli del tu…».

E la Via Crucis?

«Al Santo Padre piacevano i miei racconti sull’universo car- cere: non solo i detenuti, ma tutti quelli che operano per far riemergere persone che hanno sbagliato, certo. Però restano sempre persone. Spesso con loro uso un esempio: nel salto in alto si può vincere la medaglia d’oro anche dopo 2 errori. Mai arrendersi. Ecco, papa Francesco mi ha detto: “sono storie di una moderna Via Crucis, facciamola”. E pensare che da ragazzo avrei buttato via la chiave dei penitenziari. E se non fosse stato per lo sport sarei potuto diventare ospite del carcere».

Come mai?

«Ho un carattere esplosivo, dei giorni divorzierei da me stesso. Calcio, ciclismo e infine la corsa mi hanno aiutato a canalizzare l’energia in modo positivo, cerco la fatica sia nella missione da prete, sia quando mi alleno. E in fondo le cose coincidono: pensi agli esercizi spirituali…».

Quando ha capito che fare il prete sarebbe stata la sua strada?

«Intanto non so se sarà per sempre la mia strada, preferisco mettermi in discussione giorno dopo giorno. Più che l’incontro con Dio, la svolta è avvenuta vedendo all’opera alcuni pretacci, come li definiva Candido Can- navò. Erano nei posti più impensabili, facevano del bene e avevano stampato in viso quella gioia di chi ha portato la luce nei posti più oscuri. Mi sono detto, voglio provarci».

E lo sport, quanto conta ora nella sua vita?

«Moltissimo, leggo un solo giornale: il vostro. Per chi ama le imprese dei campioni, la Gazzetta è la Bibbia. Racconta storie, ci fa appassionare ed emozionare. Io preferisco gli atleti maledetti…».

Tipo?

«Alex Schwazer. Caduta agli inferi e tentativo di rinascita, bloccata secondo me in modo ingiusto. E’ stato crocifisso da innocente. E poi Marco Pantani, mito incredibile. C’ero anche io a officiare il funerale a Cesenatico, non doveva finire così».

Altri poster in canonica?

«Fondriest vincitore della Sanremo. Su tutti, Roberto Baggio: come canta Cremonini, non è più domenica da quando ha smesso. Adoro Carlo Mazzone e la sua corsa perdifiato; Mourinho e la schiettezza nel dire le cose, senza ipocrisia; Zanardi, resilienza fatta persona».

Ma lei il tempo per allenarsi dove lo trova?

«Corro dalle 4 al 6 del mattino. In bici esco un po’ più tardi. Dovevo fare la Maratona delle Dolomiti… Aspetterò il 2021»

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy