Retroscena e aneddoti del mondo sportivo: il libro del padovano Daniele Garbo

di Redazione PadovaSport.TV

Il giornalista padovano Daniele Garbo ha deciso di raccontare i retroscena della sua lunga carriera nel mondo dello sport in un libro. Quarant’anni di giornalismo raccontati attraverso personaggi famosissimi ed episodi in gran parte inediti. L’autore apre i cassetti della sua memoria per farci conoscere un giovanissimo John McEnroe, Adriano Panatta pieno d’orgoglio, Nicola Pietrangeli in vena di confidenze, Mike Tyson respinto al ristorante, Francesco Totti timido di fronte alla sua prima intervista televisiva, Gianni Rivera ancora arrabbiato per la famosa staffetta con Mazzola, un’intervista doppia ai fratelli Inzaghi, Carlo Ancelotti dal volto umano, Fabio Capello senza peli sulla lingua, Beppe Signori pentito, Marco Tardelli scatenato, un esilarante siparietto tra Cesare Maldini e Arrigo Sacchi, Cesare Romiti in versione tifoso. Ma anche un inquietante week end a casa Gheddafi. Tutto raccontato con uno stile scorrevole e leggero che tiene il lettore incollato alla pagina.

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Eccone un breve estratto:

Beppe Signori è stato un attaccante formidabile, tre volte capo cannoniere in serie A con la maglia della Lazio. In tutta la carriera ha messo a segno 285 reti con le varie maglie di club che ha indossato. Solo con la Nazionale ha avuto un rapporto tormentato e di fatto non è mai riuscito a esprimere in pieno tutto il suo valore di bomber di razza: appena sette reti in maglia azzurra sono un bottino decisamente misero per uno come Signori.
Per la verità i suoi problemi in nazionale furono di tipo sostanzialmente tattico: secondo il CT Arrigo Sacchi, Beppegol era ideale nel ruolo di esterno sinistro di centrocampo nel 4-4-2. Per il miglior goleador del nostro campionato questo era poco meno di un affronto, al punto che non l’ha mai digerito.
La resa dei conti avviene in occasione della finale di Usa ’94 a Pasadena contro il Brasile. Ma qui dobbiamo fare un passo indietro.
Il 6 novembre 1996 Arrigo Sacchi rassegna le dimissioni da CT della Nazionale in seguito alla sconfitta contro la Bosnia Erzegovina a Sarajevo. La Federcalcio decide di affidarsi all’usato sicuro: Cesare Maldini, già vice di Bearzot nel trionfo mondiale di Spagna ’82 e reduce da tre titoli europei consecutivi con l’under 21 tra il 1992 eil 1996.
E così l’amichevole del 18 dicembre 1996 a Budapest contro l’Ungheria diventa per Cesarone il valzer degli addii ai suoi ragazzi. Arriviamo nella capitale ungherese con il charter della nazionale e un numero di giornalisti insolitamente nutrito per una rappresentativa giovanile.
Mentre sto per sistemarmi nella mia stanza dell’Hotel Intercontinental con vista sul Ponte delle Catene e sulla collina di Buda, squilla il telefono. E’ Carlo Paris, collega e amico di Raisport solitamente inviato sulla Nazionale maggiore: “Mi ha appena chiamato Beppe Signori, vorrebbe andare a cena con qualche giornalista, ma non troppi e mi ha fatto il tuo nome, visto che vi conoscete bene dai tempi della Lazio. Ti va di venire?”. “Certo” rispondo.
Alle 20 e 30 ci troviamo nel ristorante scelto da Signori (non si tratta di un invito, tant’è vero che alla fine ognuno pagherà il proprio conto), soliti convenevoli, Beppe ci racconta come procede la sua esperienza e io mi trovo casualmente seduto accanto a lui. Il Sopron, la squadra dove gioca, è di proprietà di Mariusz Vizer, un rumeno che di professione fa l’importatore di sigari cubani. La sua compagna è una connazionale ex cantante di grido, che lui ha tolto dal palcoscenico per tenersela sempre vicina. E ha ragione da vendere, perchè la signorina è di una bellezza da far girare la testa. Ce ne accorgiamo quando il presidente Vizer invita i giornalisti italiani a pranzo all’Hotel Intercontinental il giorno della partita. Lo champagne millesimato scorre letteralmente a fiumi e ogni volta che la fidanzata del presidente, strizzata in un mini abito che fatica a coprirla, accavalla le gambe, tutti trattengono il fiato.
Ma torniamo alla cena della sera prima con Signori. A un certo punto si finisce per parlare dei mondiali di Usa ’94 e, dopo qualche bicchiere di buon vino, Signori scioglie la lingua raccontando la storia in parte inedita di quella finale.
L’Italia arriva stremata all’ultimo atto di Pasadena, con le energie fisiche ridotte al lumicino. Gli azzurri si sono sfiancati nella costa est degli Stati Uniti, giocando a orari impossibili e con un tasso di umidità elevatissimo. E inoltre Sacchi è tormentato dai dubbi di formazione: Baresi torna disponibile ad appena quindici giorni dall’operazione al menisco, ma le sue condizioni sono un mistero; Baggio fatica a camminare per i soliti guai alle ginocchia martoriate da infortuni, operazioni e falli degli avversari.
Il Brasile di Romario e Bebeto è invece più riposato, non ha alle spalle tre ore di fuso orario di differenza, perché ha sempre giocato sulla costa ovest con un clima più temerato e meno umido.
“Qualche giorno prima della finale Sacchi mi chiama nella sua stanza – comincia a raccontare Signori – e mi dice: “Beppe, credo che Baggio non ce la faccia, per cui in attacco giocherete tu e Massaro”. Mi dispiace per Roberto, ma sono felice perchè ho la grande occasione di giocare una finale mondiale”.
Alla fine Sacchi decide di rischiare il tutto per tutto: manda in campo Baresi e Baggio contemporaneamente, cogliendo di sorpresa la maggior parte della stampa italiana al seguito. Si dirà poi che a spingere per l’impiego di Baggio, in condizioni fisiche precarie, nonostante medici e fisioterapisti abbiano fatto miracoli per rimetterlo in piedi, siano stati gli sponsor della nazionale. In realtà sembra invece che sia risultata determinante la volontà del giocatore, che era stato fino a quel momento il trascinatore degli azzurri, ed era comprensibile non volesse mancare l’appuntamento con la storia.
“Nello spogliatoio del Rose Bowl di Pasadena – prosegue Signori – Sacchi dà la formazione spiegando che i due attaccanti sarebbero stati Baggio e Massaro, mentre io avrei dovuto agire da esterno di centrocampo nel 4-4- 2. Mi sento preso in giro, ricordando la promessa di qualche giorno prima, mi sembra che mi crolli il mondo addosso e reagisco in malo modo, rifiutando di scendere in campo. Fu l’errore più grande della mia vita, se tornassi indietro, non commetterei più una sciocchezza del genere”.
E glielo ricorda a brutto muso Carlo Ancelotti, il vice di Sacchi: “Ma che razza di coglione sei! – gli urla – Pur di disputare una finale mondiale, io avrei accettato di giocare anche in porta!”. Gli animi sono tesi, ma l’Italia tiene il campo dignitosamente e si arrenderà soltanto ai calci di rigore, con l’errore decisivo proprio di Roberto Baggio, che calcerà alto.
“Aveva ragione Ancelotti – ricorda Signori – ma in quel momento non me ne resi conto. Al rientro dagli Stati Uniti Sacchi inviò una lettera a tutti i giocatori e a tutto lo staff per ringraziarci di quello che avevamo fatto. Nella mia aggiunse le scuse per quel cambio di rotta. Ce l’ho a casa incorniciata”.

 

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