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Nunziata, dal Padova alle Nazionali: “C’era una politica importante sui giovani all’epoca”

Redazione PadovaSport.TV
L'allenatore dell'Under 20 azzurra ai nostri microfoni

Sei stagioni con la maglia del Padova, un periodo che Carmine Nunziata porterà sempre nel cuore per averne scritto un pezzo di storia nel corso degli anni 90. Un mix di gioie e delusioni, che hanno permesso all’ex centrocampista campano di diventarne anche il capitano della società biancoscudata, conquistando anche la storica promozione in Serie A nel 1994. Un altro di percorso, bello, importante ma sfortunato che Carmine sta ormai portando avanti da tantissimi anni, con le Nazionali giovanili azzurre, in cui è sempre  sembrato mancare quel tocco finale per renderlo straordinario. Due sono state le medaglie d’Argento conquistate con l’Under 17 e 18, oltre alla finale Mondiale persa con l’Argentina con la 20, che gli hanno permesso di fare il grande salto con la 21, fino a disputare il Campionato Europeo la scorsa estate, venendo eliminato dalla Germania ai quarti di finale.

Nunziata, un’ esperienza a Padova durata sei stagioni.

Un periodo bellissimo in cui sono state tante le gioie, con anche qualche delusione. Normale che sia stato cosi, perché tutto questo fa parte del calcio.   

Nella categoria “delusioni” meritano una menzione importante le due promozioni perse in tre anni dalla B alla A, per solamente un punto.

Assolutamente si, e fu veramente dura accettare il verdetto del campo. Una delusione tremenda arrivare li, a giocartela fino alla fine e poi non riuscire a raggiungere l’obiettivo. Un peccato veramente, ma menomale che poi c’è l’abbiamo fatta.

Si infatti, nel 1994 dopo lo spareggio vinto contro il Cesena.

Fu sicuramente il momento più bello di quella stagione. Al di là della soddisfazione per aver centrato il salto in A, direi che è stata una soddisfazione doppia festeggiare insieme a tutti i miei compagni di squadra, il presidente, la dirigenza e tutti i tifosi. Un qualcosa di indescrivibile, che ancora fatico a dimenticare.

Collauti e Sandreani sono stati due maestri nella sua crescita d’allenatore?

Dico semplicemente che ognuno deve essere in grado di fare il calcio che crede. Da entrambi ho però imparato qualcosa, come da tanti altri allenatori. Più in generale, dico semplicemente che ognuno ha il suo modo di giocare.

Ha anche giocato con Benarrivo, Di Livio, Albertini, Galderisi: dai primi tre quanto avrebbe creduto che potessero poi imporsi in grandi club?

Ricordo benissimo che in quegli anni a Padova, venne fatta una politica importante sui giovani. Sia Antonio, come Demetrio ed Angelo fecero intravedere che erano forti e talentuosi dal punto di vista tecnico. Tanto è vero che poi s’imposero nel Parma, nel Milan e nella Juventus. Anche dal punto di vista mentale, dimostrarono di essere molto validi e questo poi nel corso del tempo fece anche la differenza.

Non solo, perché ha visto esordire anche un “certo” Alex Del Piero.

Da ragazzo che già giovanissimo s’allenava con noi e si vedeva che aveva quel qualcosa in più rispetto agli altri dal punto di vista tecnico e qualitativo. Ha meritato d’avere una carriera importante nella Juventus, dimostrando d’essere un vero e proprio fuoriclasse.

Un campionato di A, disputato tra tante difficoltà, dove arrivò una salvezza sofferta.

Come nel caso della promozione, anche in questo caso fu un momento indimenticabile. Eravamo una neopromossa, che ad inizio stagione pagò le difficoltà del salto di categoria. Con una rosa inesperta per affrontare un campionato di Serie A. Però ricordo che abbiamo fatto benissimo con le grandi del campionato, battendo il Milan di Capello, l’Inter e la Lazio all’Euganeo. Come ricordo le imprese di Torino contro la Juventus di Marcello Lippi e contro l’Inter a San Siro in Coppa Italia.

Ha giocato all’Appiani e all’Euganeo : ha notato delle differenze dal punto di vista ambientale?

Tante, ad iniziare dal fatto che l’Appiani aveva quella caratteristica d’avere tutti i tifosi vicini al campo che ti incitavamo durante tutta la partita. L’Euganeo era invece uno stadio più dispersivo, totalmente diverso dal primo.

Che rapporto instaurò con la città ?

Bellissimo. Ho avuto la fortuna di viverci per sei anni, trovandomi benissimo sotto tutti i punti di vista. Sono sempre stato ogni anno con gruppi straordinari di calciatori, che io ho sempre definito come una famiglia. Vivevo a Sant’Agostino, frequentando spesso e volentieri il centro che ha in Prato della Vale il suo vero fiore all’occhiello.

Per chiudere : un percorso bello ma sfortunato con le Nazionali Giovanili Azzurre.

Ho iniziato quattordici anni fa, facendo prima  l’osservatore e dopo il collaboratore. Devo dire che essere il commissario tecnico di una Nazionale è chiaramente un po’ penalizzante, perché ti vedi poco con i calciatori, ma rappresenta comunque un privilegio. Ho avuto la fortuna di disputare tre Mondiali , perdendo la finale contro l’Uruguay con l’Under 20 e di disputare due finali europee con l’Under 17, perdendole entrambe contro l’Olanda. Dopo esperienza con l’Under 21, dove ho disputato un altro Europeo, venendo eliminati dalla Germania, sono ritornato ad allenare l’Under 20 disputando un altro Campionato del Mondo ed adesso giocheremo un’amichevole contro l’Inghilterra il 26 Marzo.

A cura di Danilo Scurria