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OLTRE i 90′ | La maledizione degli Europei (parte 2)

OLTRE i 90′ | La maledizione degli Europei (parte 2)

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

Giacomo Stecca

A trentaquattro anni suonati pensavo di averle già viste tutte nella vita, ma una pandemia che bloccasse, tra le tante cose, anche gli eventi sportivi più importanti dell’anno, non l’avevo proprio presa in considerazione. Neppure i film catastrofici hollywoodiani avevano ipotizzato una situazione tanto surreale. E invece talvolta la realtà supera di gran lunga la finzione. Circa un anno e mezzo fa, poco prima del loro inizio, gli Europei che si dovevano giocare a giugno furono posticipati di dodici mesi lasciando milioni di tifosi, me compreso, a bocca aperta.

Roberto Mancini, l’allenatore della Nazionale italiana disse, all’indomani della decisione presa dalla UEFA, che per assurdo questa situazione e questo voler posticipare il torneo avrebbero avvantaggiato gli azzurri. Col senno di poi posso solo dire che il C.T. aveva totalmente ragione, anche se quando pronunciò quelle parole non fui l’unico che lo credette un po’ pazzo. Ma veniamo a noi e all’anno corrente, il 2021. Annata in cui si è deciso finalmente di far disputare la kermesse alle 24 squadre qualificate alla fase a gironi. Quanti pensavano prima della gara d’inaugurazione di Roma contro la Turchia che la nostra Nazionale avrebbe avuto la possibilità di vincere il torneo continentale? Ve lo dico io: poche. Ma si sa, noi italiani, dopo le difficoltà, riusciamo a rimetterci in piedi meglio di qualunque altro popolo e il finale scritto dai 26 calciatori azzurri l’11 luglio ne è l’ulteriore la riprova. Certo è che, se al cinquantesimo minuto di Italia-Turchia mi avessero detto che la squadra di Mister Mancini sarebbe arrivata fino alla finale di Wembley, non ci avrei creduto minimamente. Infatti in quella prima uscita stavamo faticando molto contro gli uomini di Senol Gunes e se non ci fosse stato l’autogol dello juventino Demiral non possiamo sapere se avremmo vinto ugualmente e facilmente per 3 a 0 come è poi successo alla fine del match.

Non so perché ma dopo quella sfortunata autorete dei turchi ebbi la netta sensazione che qualcosa fosse cambiato. Come se ci fossimo tolti un enorme peso di dosso, come se ci fossimo sbloccati. La semplicità con cui arrivarono i gol di Immobile e Insigne ne fu la conferma. Nelle due seguenti partite del girone tutto sembrò facilissimo. Avendo avuto la fortuna di vedere dal vivo allo stadio Olimpico la gara contro la Svizzera posso dire che mi resi subito conto di un certo affiatamento tra i nostri giocatori, il quale faceva sperare in qualcosa di buono. Tra l’altro alla fine dei novanta minuti, dopo la certezza della qualificazione matematica agli ottavi di finale, chiamai al cellulare un mio caro amico e preso dall’euforia del secondo 3 a 0 di fila inferto agli avversari gli dissi: “Non li ho mai visti giocare così bene, quest’anno la vinciamo”.

Me ne pentii subito pensando alla scaramanzia e a quanto nel nostro paese sia una cosa sacra. Riflettendoci ora però, a mente fredda, si trattava proprio di un sentimento che si poteva respirare nell’aria. Si percepiva. Si vedeva che quello dell’undici di Mancini era un modo di giocare e di stare assieme diverso rispetto a quello dei gruppi delle spedizioni europee precedenti. Anche l’immagine che ne usciva dai filmati postati sul web, o dai servizi andati in onda sul piccolo schermo, era quella di un gruppo di amici più che quella di compagni di squadra o colleghi.

Proprio prima della partita con il Galles, sicuramente l’ultima che gli azzurri avrebbero disputato a Roma, il mister di Jesi decise di portare i ragazzi a fare un giro a Villa Borghese e in quell’occasione, vedendoli al telegiornale, sorridenti e tranquilli, i futuri eroi di Wembley mi sembrarono dei liceali in gita al parco. Nonostante ciò, il pomeriggio stesso scesero in campo determinati come non mai a vincere contro i gallesi e portarono a casa il primo posto nel girone imponendosi sui dragoni per 1 a 0 con rete di Matteo Pessina.

L’immagine più bella di quel giorno, che tutti noi italiani ricorderemo per sempre, non è però legata a un’azione di gioco vista in campo, bensì al ritorno in hotel della rappresentativa azzurra. Tutti i giocatori e i membri dello lo staff, vestiti con il loro elegante completo grigio di Armani, si fermarono davanti all’entrata del “Parco dei Principi”. Lorenzo Insigne estrasse dallo zaino una cassa audio portatile e fece partire a tutto volume la canzone “Un’estate Italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, cantandola a squarciagola assieme ai suoi compagni di squadra e accompagnato da tutti i tifosi italiani che li aspettavano davanti all’ingrsso dell’albergo da ore. Una scena da brividi. E pensare che il bello, cioè la fase ad eliminazione diretta, doveva ancora arrivare.

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