Oltre i 90′ | Le Padovanelle, tra aperitivi di classe e irruzione della malavita

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

di Giacomo Stecca

Da quando, nell’estate del 2015, il Calcio Padova è tornato a giocare tra i professionisti, dopo un anno trascorso nell’inferno della serie D, non si è fatto altro che parlare della costruzione di un nuovo centro sportivo che potesse accogliere i giocatori biancoscudati, orfani dei campi di Bresseo e ospitati temporaneamente su quelli rugbistici del “Geremia”, ed essere pure un punto di ritrovo per i tifosi e gli appassionati di sport in generale.
Qualche giorno fa, in un’intervista, l’amministratore delegato del Padova Alessandra Bianchi ha rispolverato per l’ennesima volta questo argomento, facendo capire che è un progetto a cui la società tiene molto e per il quale si vuole cercare di coinvolgere buona parte dell’imprenditoria locale. L’AD ha detto anche di ritenersi contraria ai progetti che si trascinano per lungo tempo e molto probabilmente la decisione definitiva verrà presa a breve, indicativamente tra settembre e dicembre 2020.
Essendo in dirittura d’arrivo, tutto o molto di questo progetto sembra essere già stato deciso, a partire dal nome: “Padovanello”. Ed è proprio qui che volevo arrivare. Qualche anno fa, la prima volta che sentii la proposta di questo nome per il centro di allenamento della squadra, da amante degli sport e degli anni ‘90, pensai subito a un altro impianto cittadino dal nome simile e molto in voga sul finire del secolo scorso:

La tribuna dell’ippodromo

Le Padovanelle. È stato uno degli ippodromi più famosi d’Italia, nato con il nome di ippodromo V.S Breda, in onore dell’imprenditore che lo costruì (è ancora in attività ma niente a che vedere coi fasti di un tempo quando nel circuito gareggiavano i grandi campioni dell’ippica internazionale come il purosangue Varenne) e fino al 2008 fu affiancato sia da un prestigioso hotel con ristorante, situato in via Chilesotti e inaugurato il 1 maggio del 1966, che da due piscine, una coperta e una scoperta, nelle quali ho iniziato a muovere le mie prime bracciate da nuotatore provetto. E come me centinaia di bambini, i quali soprattutto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, passarono per questo complesso sportivo dotato tra l’altro, nel periodo di massimo splendore, di alcuni campi da tennis, un parco per i ragazzi e un piccolo zoo.
Proprio a questo luogo è legato un mio ricordo speciale. Direi onirico. La prima volta in cui vidi un pavone fare la ruota, e fin qui non ci sarebbe nulla di particolare, se non fosse successo nel mese di dicembre in mezzo a una nevicata epocale. Una scena molto simile a quella di “Amarcord” di Fellini.
In questo paradiso immerso nel verde, che deve il proprio nome a un calessino da corsa a trotto ispirato alle bighe romane e ideato proprio nella città del Santo, negli anni ’80 erano di casa molti industriali veneti come i Benetton, gli Zoppas, i Marzotto e i Delvecchio. Transitarono di qui molti politici, attori, cantanti (ci suonò addirittura Mina) e più di un calciatore biancoscudato. Avevano tutti in comune il fatto di rilassarsi, soprattutto in estate dopo una partita a tennis, nella terrazza panoramica del ristorante, da dove si potevano ammirare le corse dei cavalli sorseggiando un buon aperitivo.
Ricordo di esserci stato più volte pure io da piccolo, su quella terrazza, e aver sempre pensato fosse un posto molto speciale. Si godeva di una vista particolare e se si stava attenti si poteva assistere alla sfilata di personaggi molto stravaganti, che sembravano usciti dal film “Febbre da Cavallo”dei Vanzina. Inoltre una volta con mio padre, partecipai a un raduno d’auto d’epoca all’interno del complesso e alla fine dell’evento tutte le macchine girarono rombando nella pista adibita alla corsa dei cavalli. Uno spettacolo davvero suggestivo.

Tra aperitivi di classe e malavita

Il ristorante, com’era una volta

Ma, come succede per tutte le cose e per tutti i luoghi, oltre ai tanti momenti belli capitano nell’arco di una vita anche momenti brutti. Il più nero di tutti per “Le Padovanelle” e per la città di Padova in generale risale al 7 aprile 1991 quando fu il teatro di un duplice omicidio. Io avevo solo 5 anni, ma ricordo bene il clima di tensione percepito dai servizi televisivi e radiofonici dell’epoca. Quattro uomini incappucciati entrarono a fine giornata nella sala dalle grandi vetrate che si affacciava sull’anello dell’ippodromo, mentre fuori un quinto uomo rimase nascosto nel parcheggio, armato di fucile a pompa. Gli uomini all’interno del ristorante presero i gioielli, gli orologi e i portafogli degli avventori, sembrarono molto nervosi e picchiarono la guardia giurata del locale.
Il tutto sembrava finito lì, ma purtroppo prima che i malviventi avessero terminato la rapina e potessero scappare indisturbati successe qualcosa. Quello che sembrava essere il capo e continuava ad andare verso l’ingresso per controllare la situazione, ad un certo punto gridò: “Ci hanno mangiati”. La polizia era arrivata prima del previsto. Erano le 22.10, pioveva a dirotto e con qualche minuto di anticipo sulle altre
autopattuglie entrò nel parcheggio la volante con a bordo Giovanni Borracino e Giordano Coffen i quali velocemente e silenziosamente attraversarono il lungo viale alberato che collegava il parking al ristorante, ignari del fatto che appostato dietro di loro ci fosse il bandito col fucile a pompa il quale li uccise senza pietà sparandogli alle spalle.
Questo terribile avvenimento scosse la città e fu uno, anche se ovviamente non l’unico, dei motivi per cui negli anni la gente smise di frequentare questo magnifico posto fino ad arrivare alla chiusura di hotel e ristorante nel 2008 lasciando in attività parziale solo l’ippodromo che però perse la vitalità e lo smalto di un tempo.
Ma torniamo al presente e al “Padovanello”. Credo che il nome sia in parte ispirato a uno dei centri sportivi più famosi d’Italia cioè Milanello ma so per certo che in parte c’entri direttamente proprio l’ex ippodromo di cui vi ho parlato fino ad ora, dato che qualche anno fa si era pensato proprio alle Padovanelle come sede dei campi di allenamento. Il fatto che la struttura cadesse a pezzi, che ci fossero dei problemi legati alla destinazione d’uso e che il costo di acquisizione fosse molto salato fece cambiare idea alla società, la quale scelse come meta ideale la zona di Padova ovest adiacente allo stadio in modo da creare un tutt’uno con l’Euganeo.
Da amante dello sport mi auguro che presto i padovani possano avere quell’impianto che si meritano, dove poter vedere i loro beniamini allenarsi, poter a loro volta fare sport su campi appositi e palestre e comprare le maglie e le scarpe da calcio dei propri giocatori preferiti. Spero inoltre prima o poi qualcuno proponga un progetto valido per far rinascere le Padovanelle e far tornare quel comprensorio da 158.000 mq2 a splendere come una volta.

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