OLTRE i 90′ | Padova-Manchester, l’estate del SuperTele in spiaggia con Martin

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

di Giacomo Stecca

Una delle prime vacanze trascorse con i miei genitori, che io ricordi nitidamente, è quella che passammo in Sardegna nell’estate del 1995. Quell’anno mio padre, avendo più tempo del solito da dedicare alle ferie estive, decise di portare me e mia madre non solo a Lignano Sabbiadoro, come da tradizione, ma anche nella bella isola del Mediterraneo.

Se per me era la prima volta in Sardegna, non lo era invece per i miei genitori, i quali da giovani l’avevano visitata in lungo e il largo. Quell’anno decisero di farmi conoscere la parte sud della regione.

Ricordo che arrivammo all’aeroporto di Cagliari in una calda giornata di fine Luglio in cui non passava un filo di aria e mi domandai mentalmente se avesse avuto senso spostarsi da quel paradiso quale era, per me, Lignano. Mi risposi da solo pochi minuti più tardi, durante il tragitto che da Cagliari ci portava alla nostra destinazione: Santa Margherita di Pula. La risposta era: “Certo, ha senso”. Non avevo mai visto, fino ad allora, un paesaggio del genere. E se già quel belvedere naturale mi aveva colpito, rimasi del tutto a bocca aperta quando arrivammo a destinazione. Come nostro buen retiro di quell’estate mio padre aveva scelto Fort Village, uno stupendo resort cinque stelle a due passi dal mare.

I primi giorni di villeggiatura mi sembrarono non passare mai. Seppure il posto fosse incredibilmente bello (con svariate attrazioni tra cui una piscina con scivolo gigante) non avevo trovato nessun ragazzino della mia età con cui fare amicizia. Tutto questo, fino al giorno in cui incontrai Martin.

Stavo palleggiando in riva al mare con un Super Tele blu e nero, indossando fiero la maglia del Padova che da poco si era conquistato, contro il Genoa, la permanenza in serie A, quando un ragazzino magro e dai capelli rossicci mi si avvicinò.

Mi chiese, parlando inglese, di quale squadra fosse la mia maglia bianca e rossa e io gli risposi che era la divisa della mia squadra del cuore: Il Padova. Aggiunsi con una punta d’orgoglio: “è uno dei diciotto team del campionato italiano”.

Lui, sembrò non essere troppo impressionato da questa affermazione, mi domandò come mi chiamassi, risposi e mi disse il suo e la sua provenienza: Martin da Manchester, poi fissò il pallone ed esclamò: “Let’s play”. E così cominciammo a giocare lungo il bagnasciuga e andammo avanti per circa due ore ininterrotte. Dovettero venire i nostri genitori a interromperci verso l’ora del tramonto e vedendo nascere la nostra amicizia, dopo essersi presentati tra di loro, decisero di portarci a cena assieme quella sera in hotel.

Il ristorante del resort era ottimo e si mangiò del pesce molto buono, ma quello che ricordo con più piacere è la chiacchierata che feci col mio nuovo amico inglese. Ovviamente l’argomento era solo uno: il calcio o per meglio dire in questo caso, il football. Martin, come mi aveva detto un paio di ore prima in spiaggia era di Manchester ed era un tifoso sfegatato dello United. Io ero da poco entrato nel favoloso circolo degli amanti del pallone e sapevo tanto del campionato italiano, molto meno invece, di quello britannico. Così Martin mi raccontò un po’ di aneddoti su quel mondo così diverso dal nostro ma altrettanto affascinante.

Il Manchester United durante il campionato precedente non era riuscito ad aggiudicarsi la Premier League arrivando solo secondo dietro i Blackburn Rovers, ma avendo dei campioni di primo livello pensava già a come vincere il torneo dell’anno successivo.

I giocatori dei Red Devils che più piacevano al mio amico dai capelli rossi erano il gigantesco portiere danese Peter Schmeichel, il bomber Andrei Kanchelskis e soprattutto l’istrionico attaccante francese Eric Cantona.

Il giocatore originario di Marsiglia, assurto agli onori della cronaca, qualche mese prima per fatti non proprio positivi, mi venne descritto da Martin come il più forte giocatore del globo e il giorno seguente si presentò in spiaggia con la sua maglia numero sette.

Mentre sudavamo felici sotto il sole della Sardegna, rincorrendo quella sfera per noi così magica, con le maglie delle nostre due squadre del cuore, simulando un estivo Padova-Manchester, io raccontai a Martin del mio primo incontro di calcio visto allo stadio contro l’Inter e lui mi descrisse la prima volta che mise piede all’Old Trafford, uno stadio dalla capienza di più di quarantamila posti. Era il gennaio del 1995 e lo stesso giorno che vidi la mia prima sfida calcistica di serie A, lui vide il suo primo match di Premier League: Manchester United-Blackburn Rovers. Gli occhi di Martin brillavano nel raccontarmelo. La partita era inchiodata sullo zero a zero quando, a dieci minuti dalla fine, Ryan Giggs conquistò in maniera caparbia un pallone sulla fascia sinistra e crossò in modo magistrale per Cantona, il quale colpì di testa a botta sicura e fece esplodere lo stadio di Trafford. Lo United si fece così di nuovo sotto in campionato battendo i Rovers, primi in quel momento, facendogli sentire il fiato sul collo.

Quando Martin terminò col suo raccontò avevo i brividi. Gli confessai che prima o poi mi sarebbe piaciuto vedere una partita dei Red Devils. Lui mi disse che se avessi voluto da Settembre in poi sarei potuto andare a trovarlo quando volevo e saremmo andati assieme a vedere uno di quegli scontri epici della Premier di cui mi aveva parlato. Non mi dilungo a descrivere cosa passarono mia madre e mio padre nelle ore seguenti a quell’invito. Per il loro quieto vivere decisero di accontentarmi e d’accordo con i genitori di Martin mi promisero che in autunno si sarebbero sentiti e accordati per il mio viaggio di oltremanica. Così facendo non dovettero sentirmi implorare di poter andare in Inghilterra per tutto il periodo di vacanza rimanente.

Come si dice di solito, quando ci si diverte il tempo vola e io in quei giorni mi divertii molto col mio nuovo amico britannico. Mi piaceva parlare in inglese con lui. Avevo iniziato a studiare la lingua di Sua Maestà a scuola da solo un anno ma riuscivo già a comprenderla quasi alla perfezione. Mi piaceva anche giocare a calcio in riva al mare, con il vento che ogni tanto spezzava il caldo cocente di Santa Margherita e mi piaceva sentire racconti di un Paese mai visto dal vero ma che mi sembrava di conoscere da sempre.

Il giorno del ritorno a casa ero molto triste ma successe qualcosa che alleviò in parte quella mia sofferenza giovanile: Martin venne a salutarmi nell’ingresso dell’hotel prima della partenza e mentre ci abbracciavamo, tirò fuori dal suo zainetto dello United la sua maglia bianca e blu (scoprii dopo essere la terza divisa da gioco della stagione appena trascorsa) col nome di Cantona e il numero sette giallo stampati sul retro e me la porse in regalo. Io non credevo ai miei occhi e lì per lì non seppi cosa dire. Dopo un secondo di riflessione mi sembrò giusto aprire il più velocemente possibile la valigia ed estrarre la maglia del Padova, regalandogliela a mia volta. Senza rendercene conto subito, eseguimmo a tutti gli effetti uno scambio di casacca. Come quelli che i nostri eroi facevano tutte le domeniche dopo una partita combattuta. Nel loro caso era una sorta di segno del rispetto reciproco, nel nostro, un segno di amicizia. Un amicizia vera nata grazie al calcio.

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