OLTRE i 90′ | Quando il Padova punì quel Napoli in declino post Maradona

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

di Giacomo Stecca

La mia passione per il calcio nacque durante i Mondiali di USA ‘94, vedendo giocare campioni italiani del calibro di Roberto Baggio, Franco Baresi e Paolo Maldini. Un solo giocatore, appartenente a un’altra nazionale, mi impressionò, quanto quegli azzurri, durante la mia  prima “estate calcistica”. Giocava nell’Argentina, portava il numero 10 sulle spalle e si chiamava Diego Armando Maradona.

Mi ricordo perfettamente il goal che fece contro la Grecia il 21 giugno del 1994. Un bolide dal limite dell’area il quale non lasciò scampo a Antonis Minou, portiere greco. Nessuno lo poteva sapere, ma quella fu l’ultima rete che il Pibe de Oro mise a segno con la camiseta della Nazionale albiceleste.

Da quel giorno in poi, la carriera calcistica del fuoriclasse di Lanùs andò peggiorando sempre di  più e la stella, che aveva fatto innamorare del pallone un pianeta intero, non tornò mai a brillare e ben presto si spense definitivamente.

Nello stesso anno della discesa agli inferi del Pibe de Oro, anche il Napoli, la squadra con la quale el Diez si era innalzato a divinità extracalcistica, non se la passava molto bene. Dopo un periodo ad altissimi livelli, successivamente all’addio di Maradona avvenuto nell’ Aprile 1991, la squadra azzurra non era andata oltre il sesto e l’undicesimo posto negli ultimi due campionati di serie A. Il presidente Ferlaino non era riuscito in seguito alla partenza del fuoriclasse argentino ad acquistare qualcuno del suo talento che potesse cambiare il volto a una squadra diventata orfana di un giocatore così carismatico. Ci aveva provato con Gianfranco Zola, che effettivamente nel campionato seguente a quello dell’addio di Diego aveva comunque tenuto in piedi il Napoli con le sue giocate, ma l’attaccante sardo dopo solo un paio di stagioni da leader azzurro aveva deciso di cambiare squadra, puntando a vincere lo scudetto con la divisa gialloblù del Parma.

Il 5 marzo del 1995, quella squadra un po’ allo sbando (orfana di Maradona, di Zola e da qualche mese, per motivi giudiziari, anche di Ferlaino) ma comunque con dei giocatori promettenti in rosa come Fabio Cannavaro, Andrè Cruz e Benito Carbone, arrivò a Padova, e io non potevo di certo mancare.

Dalla mia prima partita di serie A vissuta allo stadio, era passato poco più di un mese, ma i match visti dal sottoscritto all’Euganeo cominciavano a raggiungere già un discreto numero. Andare a vedere il Padova quando giocava in casa era diventata una sorta di tradizione domenicale, per me bellissima. Forse per mio padre, obbligato a portarmici ogni 14 giorni, un po’ meno bella.

La prima cosa che ricordo di quella partita in particolare fu il colore della curva avversaria. L’azzurro intenso dei tifosi partenopei aveva calamitato subito il mio sguardo, tanto che a forza di fissare le bandiere e le sciarpe, con ancora molti richiami a Maradona e ai mitici due scudetti, mi persi il fischio iniziale e le prime azioni del match.

Ricordo di essermi reso conto dell’inizio della gara grazie a un tiro da lontano del Padova che il portiere del Napoli Raffaele Di Fusco, quel giorno titolare a causa dell’influenza del numero uno Pino Taglialatela, respinse con qualche problema.

Pochi minuti più tardi Goran Vlaovic fece sobbalzare di nuovo tutto il popolo biancoscudato con un cross pericoloso che Di Fusco sventò anche questa volta con un po’ di fatica.

Le grosse difficoltà del Napoli si potevano scorgere senza bisogno di lenti d’ingrandimento, per tutta la prima mezz’ora di gioco la squadra del direttore tecnico Vujadin Boskov non si affacciò mai nell’area di rigore del Padova e quando lo fece in maniera seria erano oramai passati 36 minuti. Freddy Rincon, futuro giocatore del Real Madrid, dosò un bel lancio lungo per Renato Buso che fece partire però un diagonale poco preciso tanto da non impensierire l’estremo difensore biancoscudato Adriano Bonaiuti.

Senza nessuna rete, ma con una supremazia di gioco netta a favore del Padova, l’ arbitro Pierluigi Pairetto fischiò due volte facendo terminare il primo tempo e mandando i 22 giocatori negli spogliatoi.

Il Napoli sembrò tornare sul campo più agguerrito e la prima azione della ripresa fu a suo favore. Massimo Agostini ci provò dal limite , ma Bonaiuti coi soliti incredibili riflessi si oppose in maniera impeccabile mettendo in calcio d’angolo. Sul conseguente corner napoletano Rincon colpì di testa con poca precisione spedendo la sfera di molto sopra la traversa.

La regola goal sbagliato, goal subito, si rivelò come sempre veritiera e poco dopo al minuto 17, lo stadio Euganeo scoppiò in un boato di gioia.

L’americano Alexi Lalas, oramai idolo biancoscudato indiscusso, girò il pallone con una mezza rovesciata da fondo campo verso il centro dell’area napoletana, dove trovò pronto il difensore  Marco Franceschetti che con una botta sicura al volo spedì il pallone alle spalle di Di Fusco facendo esultare me e i miei vicini di poltroncina come dei pazzi.

Un minuto dopo ci fu di nuovo una sfida in aerea patavina tra il condor Agostini e Batman Bonaiuti e anche questa volta fortunatamente ebbe la meglio il portiere del Padova.

Il tempo passava e tutti noi tifosi speravamo in un secondo goal padovano che arrivò su calcio di rigore a metà del secondo tempo. Di Fusco, in uscita scomposta, scaraventò per terra Vlaovic e dal dischetto il capitano Damiano Longhi non tradì il suo popolo e gonfiò la rete per il 2 a 0.

Dieci minuti più tardi ci fu l’ultima azione degna di nota della partita, dove un giovane difensore partenopeo, liberatosi molto bene dei difensori padovani, tentò la conclusione ravvicinata nell’area di Bonaiuti ma senza successo. Quel giovane classe 1973 si chiamava Fabio Cannavaro e una decina di anni dopo, con le sue prestazioni eccezionali, avrebbe fatto vincere alla nazionale italiana la quarta Coppa del Mondo della sua storia in quel di Berlino.

Il terzo goal patavino, che sarebbe stata la ciliegina sulla torta, non arrivò, ma a noi tifosi sugli spalti importava poco. La squadra di Sandreani aveva vinto la seconda partita di fila in casa (tutte e due sotto i miei occhi entusiasti) e continuava a mettere da parte punti preziosi in chiave salvezza. Mancava ancora tanto alla fine del torneo ma la strada sembrava quella giusta.

Il Napoli invece cercava all’ombra del Santo una partita vittoriosa che potesse far svoltare il proprio campionato ma ebbe solamente la conferma dei limiti della propria squadra che nel girone di ritorno della Serie A 1994/95 non avrebbe potuto di certo ambire a un’alta posizione in classifica come quelle di qualche anno prima. I tempi del magico Diego sembravano ormai lontani anni luce.

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