OLTRE i 90′ | Quell’aura di magia attorno a Maradona alla Partita della Pace

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

di Giacomo Stecca

Erano i primi giorni di Ottobre del 2016 quando mi fu proposto di andare a fotografare un evento molto particolare: la partita della Pace. Un match calcistico voluto niente meno che da Papa Francesco, a Roma alla metà del mese, per raccogliere fondi e aiutare i territori terremotati del centro Italia. Pochi mesi prima infatti, il 24 Agosto per la precisione, una forte scossa di terremoto aveva colpito in maniera brutale le città di Arquata, Accumuli e soprattutto Amatrice. Più di trecento morti e una cittadina dalla storia secolare come quella di Amatrice ridotta in macerie. Il Papa decise quindi di aiutare la popolazione colpita da questa calamità naturale, in particolar modo i bambini e i giovani di quei luoghi, organizzando una sfida tra i migliori calciatori ed ex calciatori del mondo.

In quel periodo avevo parecchi progetti fotografici in ballo e l’idea di spostarmi da Padova a Roma per soli due giorni non mi allettava più di tanto, quando però lessi sulla mail informativa i nominativi degli atleti che sarebbero stati presenti all’evento cambiai idea in un batter d’occhio.

In quella breve lista comparivano tutti i giocatori che, da piccolo, mi avevano fatto innamorare del mondo del pallone. Allo stadio Olimpico ci sarebbero stati Juan Sebastian Veron, Hernan Crespo, Ronaldinho, Roberto Carlos… Già avendo letto questi nomi la mia indecisione era svanita nel nulla, poi continuando a scorrere l’elenco dei partecipanti lessi un nome che mi fecce sobbalzare sulla poltrona del mio ufficio. A Napoli sul finire degli anni ottanta bastava dire “ISSO” per capire a chi ci si stesse riferendo: Diego Armando Maradona.

Il Pibe de Oro aveva accettato l’invito del Papa (suo connazionale) e in un breve video diffuso sui vari social network rimarcava la presenza per la serata del 12 Ottobre.

Bastò un semplice video di un minuto e mezzo per farmi rispondere positivamente a quell’offerta di lavoro che solo pochi minuti prima non mi sembrava poi così interessante.

Avevo sempre sognato di vedere “el diez” dal vivo, da quando lo ammirai in televisione durante Argentina-Grecia, una partita del girone dei mondiali statunitensi del 1994. Adesso l’occasione si presentava su un vassoio d’argento e non me la sarei di certo fatta sfuggire.

Mentre stavo seduto comodamente nel Frecciarossa che mi stava portando dalla città lagunare di Venezia alla Capitale, vidi tutti i video di YouTube in cui erano presenti le prodezze del numero dieci argentino e mi persi in quella magia del tutto inspiegabile a parole.

Negli anni della mia giovinezza mi era capitato di veder passare per lo stadio Euganeo di Padova grandissimi giocatori come Roberto Baggio, George Weah e Francesco Totti (solo per citarne alcuni) ma nessuno si avvicinava al ragazzo di Fiorito. Con buona pace degli haters.

Mi ricordo che su quel treno persi cinque minuti solo per cercare di capire come fosse riuscito a pennellare la parabola con la quale l’11 Novembre 1985 stese un portiere del calibro di Stefano Tacconi e la sua Juventus. Disegnò una traiettoria che ancora oggi dovrebbe essere studiata nei libri di geometria contemporanea. Sublime!

Un’altra cosa che rendeva Maradona un giocatore di un altro pianeta, tralasciando le sue capacità balistiche, era la personalità. Me ne sarei accorto di persona circa ventiquattro ore dopo, ma già dalle interviste seguite per anni in televisione era un qualcosa di evidente e limpido.

In uno speech a cui avevo preso parte un paio di mesi prima il grande giornalista sportivo Federico Buffa disse, riferendosi a Michael Jordan, che se fosse passato per strada di fianco a noi e noi non avessimo saputo fosse Michael Jordan ci saremmo girati lo stesso per l’enorme aura di fascino emanata dall’ex cestista dei Chicago Bulls. La stessa cosa la pensai io di Diego il giorno dopo: l’11 Ottobre 2016 durante la sua conferenza stampa pre-gara all’hotel Cavalieri.

Al centro dell’elegante sala affrescata c’era lui, un piccolo uomo di mezza età vestito con una tuta bianca marchiata Puma e un cappellino da teenager.

La cosa che mi colpì osservandolo da vicino mentre parlava alla stampa fu il silenzio attorno a lui. Non volava una mosca seppure in sala ci fosse il pienone e se qualche giornalista lo disturbava mentre rispondeva alle domande i suoi colleghi non esitavano a zittirlo subito. Un rispetto del genere verso un essere umano l’ho visto raramente nella mia vita. E ho visto raramente una persona così sincera e con così pochi peli sulla lingua.

Durante la conferenza di quel pomeriggio Maradona accusò Icardi di essere un traditore e si disse contento di non vederlo alla partita della Pace ritenendo il giocatore dell’Inter non in grado di rappresentarne i valori, lodò Francesco Totti facendo capire però che molti giocatori della serie A 2016/2017 non fossero degni nemmeno di legargli le scarpe, sottolineando in maniera velata come il livello del campionato di serie A si fosse abbassato rispetto agli anni in cui ci giocò lui.

Uscii da quell’incontro totalmente folgorato da quel personaggio così incredibilmente carismatico e pensai addirittura di non andare alla partita il giorno dopo, tanto il meglio l’avevo già visto. Per mia fortuna tuttavia ci andai. In caso contrario mi sarei perso quello che vi vado a raccontare adesso:

Il 12 Ottobre era arrivato. Il giorno della partita voluta da Sua Santità. Il ritrovo per giornalisti, fotografi e atleti era fissato alle cinque del pomeriggio allo stadio Olimpico. Arrivai per sicurezza alle quattro in modo da non perdermi nulla che potesse avere una rilevanza fotografica. Era un po’ di tempo che non varcavo i cancelli dello stadio di Lazio e Roma e notai con piacevole sorpresa come l’impianto fosse stato messo a nuovo. I corridoi adiacenti agli spogliatoi cominciarono lentamente a riempirsi di addetti ai lavori e l’eco dovuto alle stanze semi-vuote piano piano svanì. Con un movimento degli occhi velocissimo cercavo di scorgere l’arrivo dei vari giocatori che col passare dei minuti si fece sempre più assiduo. Percorsero il corridoio d’entrata, per andare a cambiarsi, alcuni dei giocatori più forti mai esistiti. Mi passò di lato un ragazzo dai capelli molto lunghi e con una fascia nera per i capelli sulla fronte, mi accorsi subito di avere di fianco a me un certo Ronaldinho. Gli scattai due fotografie mentre sorrideva a trentadue denti come al suo solito. Pochi secondi e scorsi in avvicinamento un altro paio di treccine: Edgar Davids, l’ex centrocampista del Milan e della Juventus. Con il suo immancabile occhiale con le lenti colorate. Subito dopo fu la volta del pendolino Cafù, due volte campione del mondo con il Brasile. A un certo punto sentii aumentare il vociferare alle mie spalle e vidi molti miei colleghi fotografi cominciare a scattare all’impazzata. Era il turno di Francesco Totti. Il capitano della Roma si fece largo tra la folla rispondendo a qualche domanda dei giornalisti e firmando qualche autografo e poi si infilò come gli altri negli spogliatoi. Il tempo era volato e guardando il mio orologio da polso mi accorsi che erano già le cinque e mezzo del pomeriggio. Il ritrovo per giocatori e allenatori era passato da una mezz’ora abbondante e c’era un unico assente: Diego Armando Maradona. Dal corridoio di fronte gli spogliatoi sentii difatti Fabio Capello, designato come mister della squadra blu (quella in cui avrebbero giocato assieme Totti e Diego), dire ai giocatori di vestirsi per andare in campo anche senza il numero dieci, poi il mister originario di Pieris uscì dallo spogliatoio e incrociando il mio sguardo col suo mi permisi di chiedergli cosa stesse succedendo. Lui sorridendo mi disse: “Maradona non è ancora arrivato allo stadio, ma non c’è da preoccuparsi, lo faceva pure quando giocava”.

Effettivamente ripensando a tutte le persone che avevo visto sfilare lungo i corridoi in quell’ora e mezza Diego non c’era.

Origliai un dialogo tra un organizzatore dell’evento e un bodyguard i quali erano un po’ preoccupati perché Maradona era irreperibile da dopo pranzo quando era andato a trovare il Papa in Vaticano.

Anche gli stessi compagni di squadra erano impensieriti dal non arrivo del Pibe de Oro. Molti atleti partecipanti, soprattutto i più giovani, avevano aderito all’evento proprio per conoscere il loro mito di sempre e questo suo non presentarsi in tempo li aveva un po’ abbacchiati. Capello da vecchio volpone quale è sempre stato ci vide molto lungo anche quella volta. Diego arrivò, ma credo che neppure Don Fabio potesse immaginare in che modo.

Erano le sei e mezza del pomeriggio e in parecchi non credevano pìù a un suo possibile arrivo, tant’è che uno dei ragazzi dell’organizzazione era stato istruito per giustificare in qualsiasi maniera l’ assenza del Campione al Papa.

Proprio nell’istante in cui quel poverino aveva finalmente memorizzato cosa dire al Pontefice la macchina di Sua Santità arrivò nel parcheggio di fronte all’entrata. Grazie alla porta aperta dell’edificio vidi l’automobile fermarsi e uno dei bodyguard di Papa Francesco scendere per aprire la porta posteriore della Mercedes bianca.

Con stupore di tutte le persone presenti, Francesco non uscì dall’abitacolo da solo, ma accompagnato. Dall’ex calciatore argentino dato ormai per disperso.

I due stavano conversando amabilmente all’interno dell’auto e continuarono a farlo anche quando furono scesi, camminando assieme verso l’entrata al terreno di gioco. Il Pontefice era come sempre vestito con un abito corale bianco e sobrio mentre Diego era un po’ più appariscente: abito scuro lucido che contrastava con i due diamanti color neve presenti sul lobo sinistro del suo orecchio. Sembravano lo Yin e lo Yang fatti persona.

Capello che era di nuovo di fianco a me, ridendo di gusto, disse a voce alta: “Solo lui può fare queste cose qui”

Aveva proprio ragione.

I due vennero verso di noi abbracciati e sorridenti e io scattai una foto memorabile che, con mia grande soddisfazione, conquistò le copertine di parecchi giornali in giro per il mondo.

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