Amarcord

OLTRE i ’90 | Sfogliando l’album dei ricordi

OLTRE i ’90 | Sfogliando l’album dei ricordi

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni '90

Giacomo Stecca

Qualche giorno fa stavo sfogliando con mia madre un album fotografico di famiglia. Il leit motiv della raccolta d’immagini era un viaggio compiuto con i miei genitori a Disneyland nell’agosto del 1995, quando avevo circa nove anni e stravedevo per il parco divertimenti di Marne-la-Vallèe.

Tra le centinaia di fotografie raffiguranti il sottoscritto assieme a Topolino, il sottoscritto assieme a Pippo e il sottoscritto assieme a Capitan Uncino; nella pagina finale ce n’era una che non c’entrava proprio nulla con il tema principale dell’albo. Un’immagine, ma soprattutto un ricordo che avevo completamente rimosso dalla mia testa almeno fino ad allora.

La stampa in questione mi raffigurava, in versione 9 years old, agghindato con un improbabile completo sportivo nero e un cappellino bianco, mentre fingevo un altrettanto improbabile parata al centro di una gigantesca porta da calcio. Mi ci è voluto un po’ per mettere a fuoco l’esatto istante in cui era stata scattata quella diapositiva, ma poi ho ricordato. Correva l’anno 1995. Era un sabato mattina primaverile ed ero stato, assieme a mio padre, in un’agenzia di viaggi situata nei pressi del nuovo stadio Euganeo per prenotare proprio il viaggio a Parigi e Disneyland di cui parlavo sopra. Rientrando in macchina verso casa passammo davanti a un gigantesco complesso color grigio topo. Mio papà mi spiegò che quello era il carcere “Due Palazzi”. Inaugurato nel 1990, doveva essere a prova di fuga, diversamente, solo qualche mese addietro era stato il teatro di un’evasione epica: il boss della mala della Riviera del Brenta e del Piovese, Felice Maniero, detto faccia d’angelo, se ne era uscito dall’istituto carcerario, assieme ad altri cinque suoi compagni, uscendo dalla porta principale.

Ancora scioccato da quella storia misteriosa, qualche metro dopo mi ritrovai invece a tu per tu con qualcosa che conoscevo bene e che evocava in me recenti momenti felici. Lo stadio Euganeo, anch’esso inaugurato da poco e, come il “Due Palazzi”, non proprio bello dal punto di vista estetico, era comunque il teatro dei match di serie A della mia squadra del cuore e a gennaio di quello stesso anno ci avevo visto la mia prima partita della massima serie italiana disputata dal Padova in opposizione all’Inter di Ottavio Bianchi. Mentre le note di una canzone dei Backstreet boys scivolavano fuori dalle casse della nostra autovettura bianca targata PD, passammo di fianco al nuovo complesso sportivo e più precisamente all’entrata di servizio. C’era un grande movimento poiché, solo alcune ore dopo, si sarebbe svolta una gara di campionato. Autoambulanze, Polizia, addetti ai lavori di tutti i tipi entravano e uscivano dal gigantesco cancello che dalle proprie feritoie lasciava intravedere una porzione di campo.

Mio papà, vedendomi con la faccia schiacciata contro il finestrino dell’automobile mi chiese: “Vuoi entrare a vedere, come è il terreno di gioco prima di una partita?”

Io spalancai la bocca e blaterai: “Ma si può?”

“Ci proviamo!”, fu la sua risposta.

In un battibaleno eravamo davanti all’ingresso, e lui si era messo a parlare con uno dei responsabili della sicurezza per capire se fosse possibile farmi calcare il campo da calcio per qualche minuto. Il signore gli spiegò come la cosa risultasse inattuabile dato che si trattava del giorno della partita e che nel giro di poche ore sarebbero arrivate anche le due squadre. Si disse dispiaciuto e sembrava evidente che la scelta non dipendesse da lui e che se avesse potuto mi avrebbe fatto correre liberamente in lungo e in largo per quella prateria sportiva.

Lo avevamo comunque ringraziato e stavamo già tornando verso la macchina, parcheggiata a pochi passi da noi, quando sbucò dal nulla un signore alto e magro che indossava un abito nero con il simbolo del Calcio Padova impresso in grande sul petto. Vide mio padre e lo salutò, come se lo conoscesse. Intuii che mio papà non aveva la benché minima idea di chi fosse quel signore distinto ma dopo i saluti e un breve scambio di battute parve riconoscerlo. I due chiacchierarono per qualche minuto e alla fine si salutarono con un abbraccio. Un nanosecondo più tardi, non so come e perché, stavo transitando sopra la pista d’atletica, la quale separava il terreno di gioco dagli spalti. Non avevo assolutamente compreso l’identità di quel signore e cosa si fossero detti con mio padre ma so solo che dopo aver fatto un gesto allo stewart quello ci aveva sorriso e, tolto il lucchetto dal cancellone, ci aveva gentilmente invitato ad entrare per fare un giro.

Anche se ormai ero un habitué di quello stadio, accedervi dalle tribune era un conto, entrarvi con la prospettiva dei tuoi idoli calcistici era tutta un’altra storia.

Ricordo l’emozione indescrivibile di affondare i piedi sulla soffice erba del prato, dove a pochi minuti di distanza avrebbero “danzato” Giuseppe Galderisi, Damiano Longhi e Goran Vlaovic. Andai verso il centrocampo e osservai, facendo un giro su me stesso, tutto l’impianto nella sua interezza. Molti padovani, soprattutto i tifosi di vecchia data innamorati dell’Appiani, odiavano visceralmente l’Euganeo. Io non ci riuscivo. E’ vero: era esteticamente brutto, molto dispersivo, i lavori di costruzione non erano ancora completati, ma era pur sempre il teatro delle battaglie domenicali della mia squadra del cuore. Il luogo dove avevo ammirato dal vivo per la prima volta, pochi mesi addietro, una partita di calcio professionistico.

Non potevo guardare quello stadio che con gli occhi di un innamorato, era ovvio!

Dal centrocampo mi spostai verso le panchine e poi raggiunsi il tunnel che portava solitamente i giocatori negli spogliatoi. Mi sforzavo di cogliere ogni piccolo particolare di quella visita. La cosa meravigliosa stava nel fatto che a pochi minuti lo stadio si sarebbe riempito di tifosi e quel fermento in arrivo si respirava nell’aria. È una sensazione difficile da spiegare a parole ma rimasta viva in me, ancora oggi, a 27 anni di distanza.

Per finire il tour autogestito del campo scelsi la parte più importante del rettangolo di gioco. Il regno dove si avverano i sogni degli attaccanti e gli incubi dei portieri: l’area di rigore.

Cominciai a far finta di calciare il pallone da varie angolazioni, per poi arrivare a simulare l’esecuzione di un calcio di rigore. Finsi di tirare alto e mi disperai come Roberto Baggio nell’estate del 1994. Ormai era tempo di andare, perché si stava facendo davvero tardi, mi misi in porta e mimai una posa da portiere mentre mio padre, con la sua immancabile macchina fotografica tascabile, immortalò il momento.

L’immagine che ne uscì mi ritrae, come dicevo all’inizio, vestito con un completo sportivo nero e un cappello bianco con frontino. Sembro un insetto a cospetto della gigantesca porta da calcio “di proprietà” di un certo Adriano Bonaiuti. Dietro di me la curva ospiti, completamente spoglia rispetto a come si presenta oggi, e alcuni cartelloni pubblicitari vintage del Gazzettino, del Mattino e del caffè Vescovi che mi ricordano un meraviglioso tempo passato che purtroppo non tornerà più.

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