Amarcord

OLTRE i 90’ | Uno stranissimo Padova-Vicenza all’Appiani, vi racconto il mio sogno

OLTRE i 90’ | Uno stranissimo Padova-Vicenza all’Appiani, vi racconto il mio sogno

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

Giacomo Stecca

Lo stadio Appiani era gremito di gente in ogni ordine di posto,una cosa che non avevo mai visto in vita mia. Perché, effettivamente, io all’Appiani non c’ero mai stato prima di allora e anche dalle fotografie ammirate sui quotidiani o sulle riviste sportive, difficilmente ricordavo un’affluenza di pubblico così massiccia. Dalla Tribuna Stampa dove ero seduto, si poteva scorgere uno spettacolo meraviglioso, alla mia sinistra c’erano due monumenti della padovanità: la chiesa di Santa Giustina e la Curva Nord. Quest’ultima era una bolgia, e quel mare umano di tifosi che la componeva, aveva esposto uno striscione gigantesco, bianco e rosso, con la scritta: “Conquistiamola”.

Non mi era ben chiaro a che cosa si riferisse, quindi mi girai verso chi occupava il posto di fianco al mio in cerca di una risposta. Notai che la persona in questione era il giornalista Gian Piero Galeazzi. Mentre pensavo, tra me e me, a cosa ci facesse a Padova e soprattutto all’Appiani, desistetti dal porgergli la domanda, vedendolo con le cuffie e il microfono in mano, pronto per commentare la discesa in campo delle due squadre.

Quali squadre? Una era il Padova della stagione 1994/1995. Anche se all’uscita del tunnel riconobbi qualche giocatore che non figurava nella rosa ufficiale di quell’anno, come ad esempio Demetrio Albertini e Angelo Di Livio. L’altra era invece il Vicenza del 1997/1998, squadra allenata da Francesco Guidolin, che aveva sfiorato la Finale di Coppe delle Coppe arrendendosi solamente al Chelsea di Gianluca Vialli dopo due combattutissime Semifinali. La squadra biancorossa era arrivata a disputare quel rinomato torneo europeo grazie alla vittoria della Coppa Italia avvenuta il 29 Maggio del 1997. Ed è proprio questo trofeo che vidi apparire d’improvviso al centro del campo. La principale coppa calcistica italiana, nonché la seconda competizione professionistica nazionale per prestigio, dopo il campionato di lega, era quindi il motivo di quel derby.

Stavo cercando di ricordare quale fosse stato il cammino delle due squadre venete per arrivare fino a quell’ultima partita che avrebbe determinato chi l’anno successivo si sarebbe appiccicata la coccarda di vincitrice sul petto, ma proprio non riuscivo a mettere a fuoco il percorso. Non ce la facevo neppure a ricordare se la mia squadra del cuore avesse mai vinto una Coppa Italia nella sua storia. Con uno sforzo non indifferente rimembrai di una vittoria del Biancoscudo nel 1980, ma era una Coppa Italia di Serie C. Nel mentre di questi pensieri, la partita iniziò.

La cronaca impossibile

Il Padova indossava un completo azzurro che non avevo mai visto prima di allora. Sembrava più una divisa del Napoli o del Chelsea. Il Vicenza invece scendeva in campo con la solita divisa a strisce biancorosse e sponsor Palzileri stampato a caratteri cubitali a metà petto.

I tifosi scudati assiepati in curva, dietro gli striscioni “I Leoni della Nord” e “Hell’s Angels Ghetto”, lanciavano fumogeni colorati e cantavano a squarciagola cori per i propri beniamini. Il coro che inneggiava al numero 9 Giuseppe “Nanu” Galderisi venne però strozzato sul nascere dall’attaccante vicentino Pasquale Luiso. Il “Toro di Sora” infilzò Adriano Bonaiuti dopo aver ricevuto al centro dell’area un lancio millimetrico di Lamberto Zauli, ammutolendo tutto lo stadio, me compreso. Sentivo solo il vociare nel microfono del radiocronista a fianco a me, il quale mi sembrava non essere più Galeazzi ma Sandro Ciotti. Cercai di capire se mi fossi confuso in precedenza ma non ebbi neppure tempo di ragionarci sopra che il risultato cambiò nuovamente. Un cross dalla destra, non così pericoloso, grazie a un paio di errori difensivi del Vicenza diventò un assist per Galderisi che a pochi metri da Pierluigi Brivio, secondo portiere della Lanerossi in Campionato ma titolare in Coppa Italia, non sbagliò e siglò l’1 a 1. Lo stadio Appiani era in delirio.

Il coro per Galderisi che poco prima si era interrotto a causa del vantaggio dei berici questa volta non si fermò e salì vertiginosamente di volume fin quasi a diventare assordante. L’arbitro della partita, il migliore d’Italia, un certo Pierluigi Collina, fece riprendere il gioco dal centro del campo e, tre minuti dopo, per la gioia di tutto il pubblico di casa, il Padova raddoppiò. La seconda rete arrivò sempre da un cross, questa volta dalla sinistra, a imbeccare la testa del non altissimo, ma sempre presente Galderisi. “Nanu”, senza farsi troppo pregare, trafisse per la seconda volta nel giro di pochi minuti la porta difesa da Brivio.

Notai che il tempo sembrava scorrere più veloce del solito, come se fossimo in un gioco della Playstation. Incuriosito da questa strana sensazione guardai il mio orologio da polso ma mi sembrò tutto in ordine. Una cosa che non mi sembrò affatto normale, invece, fu il terzo goal biancoscudato, siglato dal romano Maurizio Coppola. Non perché i ragazzi di Mister Sandreani non lo meritassero, ma perché mi parve l’esatta fotocopia della rete del 2 a 0 contro il Brescia, siglata dallo stesso giocatore il 6 novembre 1994, in quella che sembrò essere più una gara di pallanuoto che altro. E neppure a farlo apposta, mi accorsi che in quel momentoaveva incominciato a piovere incessantemente. A causa di quel diluvio universale vedevo a malapena l’esultanza di Coppola e compagni, ma percepivo l’atmosfera di gioia che si respirava a bordocampo e mi parve di sentire Sandreani dire: “Dai ragazzi! Forza! Mancano solo cinque minuti”.

Passati quei minuti, che a me sembrarono secondi, ci fu un’esplosione di gioia che mai avevo visto prima, in quanto tifoso padovano. Un nanosecondo dopo il triplice fischio di Collina vidi gli ultras lanciarsi in campo per festeggiare assieme ai giocatori e, perché no, per prendersi una maglia o un pantaloncino come ricordo di quella storica giornata.

Lo speaker Gildo Fattori, con indosso gli immancabili occhiali dalle lenti fumè nonostante la pioggia torrenziale, annunciò che da lì a poco vi sarebbe stata la premiazione. Fu allestito in fretta e furia sul cerchio di centrocampo un palco sponsorizzato, come da consuetudine, dalla Tim e come prima cosa furono chiamati gli avversari a ritirare le medaglie d’argento.

Vidi Massimo Ambrosini, Francesco Coco e Roberto Baronio infilarsi il monile al collo e poi passare mestamente accanto alla Coppa Italia senza dire una parola. Dopodichè iniziò la sfilata dei vincitori. Poco prima che il presidente della Lega, Franco Carraro, porgesse laprima medaglia d’oro al secondo portiere del Padova,Ennio Dal Bianco, tornò a splendere il sole sul campo di via Carducci. E quindi cominciarono a ritirare il premio tutti gli atleti patavini: Bonaiuti, Coppola, Galderisi, Balleri, Lalas… fino ad arrivare al capitano, anzi i capitani, dato che assieme a Damiano Longhi prese parte ai festeggiamenti anche Claudio Ottoni, il quale subito dopo la promozione del 1994 ottenuta da condottiero biancoscudato appese gli scarpini al chiodo e lasciò il testimone alpiù giovane Longhi. I due, accerchiati da tutti i compagni impazziti di gioia, stavano per alzare il trofeo al cielo quando da bordocampo un fotografo gridò: “Attenzione!”. L’uomo indicò verso il cielo un puntino nero che diventava sempre più grande. Più quest’oggetto scuro si avvicinava e più un rumore assordante riempiva lo stadio Appiani. Mi misi le mani sulle orecchie per proteggerle da quel boato fragoroso e vidi che il punto nero si era trasformato in un qualcosa di concreto: un elicottero. Il rumore delle pale e il movimento d’aria provocato dalle stesse fece scappare tutti i giocatori e addetti ai lavori negli spogliatoi. La Coppa Italia cadde dal piedistallo dove era stata collocata e si schiantò al suolo. L’elicottero era ormai atterrato. Lo vedevo a poche decine di metri dal sottoscritto. Non capivo cosa stesse succedendo e perché quel velivolo fosse atterrato proprio lì nel bel mezzo di un campo da calcio.

Il rumore delle eliche continuava imperterrito: “ta-ta-ta-ta…” In quel preciso momento mi svegliai e capii che quel suono proveniva dalla sveglia posta sopra il mio comodino. Era solo un sogno.

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