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Gorini ci racconta: “Così il mio Treviso ha vinto la D! Andreoletti l’avrei tenuto e sul Cittadella…”

Edoardo Gorini Treviso
Dopo 13 lunghissimi anni il Treviso tornerà a giocare in Serie C. Praticamente è trascorsa un’era calcistica. Nel mezzo, un’agonia tra i campi più disparati della provincia e del Veneto, tra Promozione ed Eccellenza, tra cadute e...
Pietro Zaja
Pietro Zaja Redattore, telecronista 

Dopo 13 lunghissimi anni il Treviso tornerà a giocare in Serie C. Praticamente è trascorsa un'era calcistica. Nel mezzo, un'agonia tra i campi più disparati della provincia e del Veneto, tra Promozione ed Eccellenza, tra cadute e fallimenti. Ma ora, il sogno della piazza di tornare tra i pro è realtà: è tutto vero. Artefice di una stagione coi fiocchi, dominata in lungo e in largo nel Girone C di Serie D (ancora in corso), è Edoardo Gorini, tecnico del Treviso. Una vita al Cittadella, dopo 7 giornate alla guida dei suoi granata nella scorsa stagione in Serie B, il doloroso esonero in favore di Dal Canto lo separa da quella che per 17 anni è stata la sua seconda casa. In estate la proposta del Treviso lo convince: un progetto serio, ma ben due categorie più in basso. Dalla B alla D. Pare un salto nel vuoto, ma per Edoardo non c'è problema. Matrimonio celebrato. Ed è da qui che nasce la favola del Treviso di quest'anno, che ci ha raccontato proprio il suo allenatore Edoardo Gorini, con cui abbiamo avuto il piacere di chiacchierare.

Gorini, come si sente adesso, dopo aver riportato il Treviso in Serie C dopo 13 anni?

—  

"Sono soddisfatto. Ho preso questa scelta perché, al di là del progetto molto interessante di rilancio di una piazza molto importante, era un modo per mettermi alla prova, al di fuori dell'ambiente Cittadella che si sa essere un'isola felice. E' la prima volta che mi mettevo in proprio e quindi è stata una sfida che ho accettato indipendentemente dalla categoria. Logico che non potevo sperare di meglio. Tutto è andato bene, ma vincere non è mai facile, in qualsiasi categoria. La Serie D, poi, la conoscevo poco. E' stato un girone tosto, con squadre organizzate e con buone individualità e quello che abbiamo fatto assume un gran valore".

E' stato il progetto a convincerla maggiormente nella scelta di scendere di due categorie?

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"Certo, è stato fondamentale. Sono andato in Serie D, ma comunque in una piazza importante. Probabilmente, fosse arrivata un'altra offerta, magari dallo stesso Cjarlins Muzane con cui abbiamo lottato, per quanto economicamente stiano bene, difficilmente l'avrei accettata. L'ho accettata perché è Treviso e perché c'è un progetto serio. Ho parlato con delle persone serie e questo è quello che mi ha fatto decidere. C'era anche la sfida personale di mettermi alla prova, che per me era importante. Volevo misurarmi anche fuori da Cittadella".

Non è stato anche un po' un rischio secondo lei la scelta Treviso?

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"Il Treviso è già da un paio d'anni che prova a vincere. Sicuramente è stata una scelta rischiosa, perché comunque la squadra è stata rifatta da zero e dello staff tecnico conosco solo Matteo Centurioni, con cui ho giocato insieme nel settore giovanile del Venezia e al primo anno in Serie D. Però non ci avevo mai lavorato insieme. Il resto dello staff, poi, era completamente nuovo. Le incognite e le difficoltà, quindi, c'erano, ma è chiaro che partire bene e fare risultati è quello che aiuta a spingere il tutto e ad acquisire credibilità nei confronti dei giocatori, che è la cosa più importante. Quindi l'inizio forte è stato fondamentale, nonostante la sconfitta in Coppa Italia (contro la Luparense per 1-2 al Tenni il 31 agosto, ndr.). Siamo usciti subito, ma anche quella è stata una partita che è servita".

Che ricordi conserva del pomeriggio di Altavilla, partita che è valsa la vittoria del campionato?

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"Prima della partita c'era abbastanza tensione, perché arrivavamo da due sconfitte brutte in casa(con Luparense e Obermais, ndr.), dovute probabilmente al fatto che dopo la vittoria sulla Clodiense, inconsciamente un po' di concentrazione l'abbiamo persa. E' umano e la testa ci ha portati ad aver fatto quelle due prestazioni. Ci siamo poi confrontati e parlati prima della partita con l'Altavilla. E ho detto ai ragazzi che se tutto si fosse incastrato potevamo vincere il campionato proprio ad Altavilla. Non so se tutti i giocatori ne erano davvero consapevoli. Tutto, però, si è incastrato alla perfezione ed è stato ancora più bello, perché venivamo da un periodo di difficoltà a livello mentale, anche se a livello di classifica non lo era. Ma probabilmente è stato uno dei momenti più complicati della stagione e la vittoria del campionato è stata molto spontanea, ce la siamo goduta ancora di più. Anche perché, con il fatto che il Legnago giocava un'ora dopo di noi, siamo rimasti in campo con i tifosi in attesa del risultato ed è stato bello, perché probabilmente nessuno se lo aspettava. Giornata intensa e memorabile, anche perché poi siamo andati a festeggiare in centro con i tifosi...".

Quindi le difficoltà maggiori dell'ultimo periodo erano legate alla gestione del grande margine di vantaggio sulle inseguitrici?

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", è quello. Perché dopo aver ottenuto la vittoria con il Chioggia in casa nello scontro diretto che ci ha portati a +16, inconsciamente abbiamo probabilmente pensato che fosse fatta e quindi abbiamo affrontato le partite successive con un pizzico di concentrazione e di corsa in meno. Questo ci ha insegnato anche che fino alla fine devi conquistarti i punti, lottare e correre. Questo è il bello del calcio e della categoria. Alla fin fine abbiamo vinto la categoria perché siamo riusciti a pareggiare l'aspetto agonistico delle avversarie e dopo sicuramente avevamo più qualità degli altri, anche nei cambi. Ma non è stato così semplice e scontato come sembra e come dicono".

Qual è stato, invece, il momento decisivo secondo lei?

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"Il girone d'andata è stato quasi perfetto, abbiamo vinto tutte le partite, pareggiandone una e perdendone due. La chiave sono state le ultime due partite del girone d'andata con l'Este fuori casa e il Mestre in casa, quando gli altri pensavano che avremmo perso qualche punto. Invece abbiamo ottenuto due vittorie per 1-0, sofferte, ma da vera squadra. E lì abbiamo dato una botta dal punto di vista morale e mentale che ci ha consentito di gestire di più il vantaggio. Quelle due partite, quindi, credo siano state la svolta, ma anche lo scontro diretto con il Chioggia che risaliva è stato importante".

E che gruppo ha trovato in estate a Treviso?

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"Il ds (Pierfrancesco Strano, ndr.) è stato molto bravo, ne abbiamo parlato anche insieme. Ha fatto una squadra con un giusto mix. Anche con gente esperta e di categoria superiore. E non è semplice per un Gucher, ad esempio, che ha giocato in Serie A, venire in Serie D per la prima volta e mentalmente andare a giocare in dei campi dove non c'è neanche la tribuna. Per il resto ha preso giocatori abituati alla categoria, come Salvi, Munaretto, Beltrame, Serena... Tutta gente che ha già vinto dei campionati. E in più ha messo dentro calciatori di qualità come Fedato, lo stesso Gucher, Scotto e si è creato il giusto mix tra esperienza e gioventù. La partenza forte ha aiutato a cimentare il gruppo, ma fin da subito si è visto che c'era voglia. Tutti mi dicevano che a Treviso la maglia pesa, ma il primo giorno ho detto ai ragazzi che per me eravamo fortunati ad essere qui, perché avevamo la possibilità di essere in una piazza ambiziosa e con pubblico. La pressione è bello averla se giochi a calcio, sennò perde un po' il sale... Chiaro che a volte può crearti delle difficoltà, ma giocare senza pressione non è la stessa cosa. Ho fatto il calciatore e la cosa che mi manca di più è quel mal di pancia che hai prima della partita, che se riesci a incanalare positivamente diventa poi una cosa bella. Con la squadra, poi, ho cercato di essere sempre molto diretto, coerente e onesto e questo credo sia stato apprezzato. Poi i risultati aiutano, danno convinzione e credibilità".

Le manca sentire quel mal di pancia pre-partita ha detto: perché ora come la vive?

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"Da allenatore è diverso. Da calciatore, una volta che sei in campo, sfoghi la tensione una volta che l'arbitro fischia, mentre da allenatore è più difficile da sfogare, è peggio. Per questo gli allenatori invecchiano prima (ride ndr.)... E' proprio così ed è difficile da sfogare".

Si aspettava un campionato con un vantaggio enorme sulle inseguitrici?

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"No. Il girone d'andata è stato molto combattuto con il Cjarlins. Siamo stati punto a punto. Abbiamo vinto poi lo scontro diretto con loro e con le ultime due partite del girone abbiamo allungato. Ma sicuramente non pensavo che sarebbe andato così. Lo speravo, ma è stata comunque tosta. Tante partite le abbiamo vinto 1-0, soffrendo anche in casa, contro squadre che sulla carta erano più deboli, come l'Obermais. Sono campi difficili in cui devi lottare e pareggiare il livello agonistico degli altri. Se tu molli appena un attimo la corsa, il contrasto e la concentrazione, puoi perdere con tutti, com'è stato nelle due sconfitte recenti prima dell'Altavilla. Poi va detto che tutte le squadre, contro il Treviso, danno qualcosa in più, soprattutto al Tenni, dove trovano un bello stadio e un bel campo. E' stata l'unione d'intenti di tutti quanti, anche di chi lavora in società, dello staff medico e dei fisioterapisti. Si vede che c'è molto attaccamento a questa maglia e quindi tutti sono andati nella stessa direzione".

I tifosi del Treviso cosa le hanno detto dopo la promozione?

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"Tanti complimenti. La serata dopo Altavilla è stata emblematica, ma mi ricordo che anche dopo la vittoria a Chioggia ci hanno aspettato allo stadio per festeggiarci. I tifosi, soprattutto quelli della curva, ci sono stati molto vicini e spesso sono stati l'uomo in più. Quando vai in stadi lontani, come con l'Obermais, in un campo piccolo, di provincia, sono arrivati loro e ci hanno dato una carica in più. Infatti nelle tre partite in cui non sono venuti abbiamo fatto più fatica sotto quel punto di vista".

La rende orgoglioso aver riportato in alto questa piazza?

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"Sicuramente. E' quello che mi avevano chiesto. So che è stata una scelta rischiosa, ma l'ho affrontata con tutto l'entusiasmo possibile. Ci ho messo tutto me stesso, ma è chiaro che da solo non faccio niente. Ho trovato uno staff nuovo, con persone nuove, e non è scontato che sia andato tutto bene. Complimenti a tutti, siamo andati nella stessa direzione e non è stato casuale".

E che potenzialità ha secondo lei una società solida come quella del Treviso attuale?

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"Ha un presidente molto ambizioso e visionario (Alessandro Botter, ndr.),ma con i piedi per terra. Non è uno che spende e spande o che fa proclami. Quindi, credo che la società possa crescere, ma bisogna dare tempo di maturare. Ricordiamoci che è una società che arriva da anni e anni di dilettantismo. Sicuramente si sta strutturando. Poi vedremo la programmazione. Io credo che il presidente voglia comunque tirare dentro gente sulle ali dell'entusiasmo, visto che Treviso è una piazza dove ci sono molti potenziali investitori. E' una provincia ricca".

Si è reso conto che l'anno prossimo con il suo Treviso potrebbe affrontare il Cittadella?

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"Questo è il bello del calcio. Ho giocato 9 anni a Varese (Gorini è il primatista di presenze, ndr.) e quando ci sono tornato con il Cittadella, dopo tanti anni, è stata un'esperienza bellissima, anche perché mi hanno accolto molto bene. E vuol dire che qualcosa di bello, a livello umano, lo hai lasciato. E' quello che è successo anche a Cittadella. Abito lì vicino e spesso ci vado. Ho tanti amici e 17 anni da calciatore e allenatore non sono pochi...".

Una seconda casa insomma...

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"Sicuramente. La mia carriera l'ho divisa molto tra Varese e Cittadella. Ho avuto delle altre parentesi, ma sicuramente quelle sono state le più importanti! La ciliegina sarebbe stato fare la Poule Scudetto contro il Varese... un'altra sliding doors".

Non crede che la ciliegina sulla torta sarebbe stata giocare in Serie C sia contro il Cittadella che con il Varese?

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"Beh si è vero... non si mai!".

Mettiamo un attimo da parte il suo Treviso. Il Cittadella ha vissuto una stagione un po' particolare: che idea si è fatto?

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"Quando retrocedi è sempre difficile. Hanno cambiato tanto, hanno provato a ripartire. Sicuramente la società è molto solida, lavorano in un certo modo da tanti anni e sono molto organizzati. Però quando riparti dopo una retrocessione è sempre difficile. Inizialmente hanno avuto delle difficoltà, sono stati bravi a tirarsi su e ora se la giocheranno ai playoff. Diventa un altro campionato, in cui conta molto l'aspetto fisico e mentale. Dovranno essere bravi a ottenere la miglior condizione fisica possibile. Poi se la giocheranno...".

Salire in B è possibile secondo lei?

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"Tutto è possibile. Al playoff spesso sono salite squadre che non sono arrivate seconde, terze o quarte. Carrarese, Pescara... Quindi dipende da come ci arrivi. Il Vicenza, per esempio, l'anno scorso ci è arrivato dopo la rincorsa al Padova ed era mentalmente cotto e infatti ci è arrivato corto. E' un altro campionato, in cui conta molto l'aspetto fisico e mentale".

Dei suoi 17 anni a Cittadella qual è stato il momento più bello? E ha dei rimpianti?

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"Il momento più alto è stato sicuramente, da giocatore, il primo anno, in cui abbiamo vinto il campionato ai playoff in quella sfida famosa di Cremona. Avevamo perso 0-1 in casa all'andata e poi siamo andati a vincere lì 1-3. Ma ci sono tantissimi altri bei ricordi. E i due rimpianti più grandi sono le due finali perse per andare in Serie A, anche se ero allenatore in seconda. Soprattutto la prima con il Verona. Avevamo vinto 2-0 all'andata, poi abbiamo perso 3-0 in casa loro. Ma anche quella con il Venezia... A proposito di sliding doors, da veneziano... Credo che il Cittadella in Serie A sarebbe stata un'impresa storica che avrebbe anche meritato. Sarebbe stata una bella storia per il calcio e purtroppo è andata male. L'altro rimpianto che ho da allenatore è stata la penultima stagione. Fino alla prima giornata del girone di ritorno eravamo terzi a 2 punti dalla Serie A, poi siamo incappati in 8 sconfitte di fila che ancora fanno male e non mi spiego. Purtroppo fa parte del calcio, bello o brutto che sia. Anche quello è un rammarico...".

E dell'esonero di Andreoletti a Padova, invece, che ne pensa?

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"A quel punto il cambio non lo avrei probabilmente fatto, perché il Padova non è mai stato nei bassifondi e nei playout. Credo che Andreoletti avesse ancora la possibilità di risollevare la squadra. Poi credo che sia stato fatto, come si fa in queste situazioni, per provare a dare una scossa e vedere una reazione dopo una serie di sconfitte consecutive. Credo sia stato essenzialmente quello, ma credo che Andreoletti avrebbe tirato su la squadra".

La filosofia del Cittadella, con pochi esoneri e molta fiducia in chi si sceglie, è abbastanza unica...

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"Il Cittadella punta sulle persone e le fa lavorare. Questa è sempre stata la fortuna del Cittadella. Un grandissimo rispetto dei ruoli, ognuno fa il suo al massimo. Non c'è una grandissima quantità di persone che lavora e forse questo a volte è un bene. Questo è uno dei segreti che ha funzionato per molti anni e che funziona anche adesso".

Per questo è un'isola felice?

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"Per questo, ma anche per tante altre ragioni. Ci sono delle persone che hanno un'attaccamento alla società incredibile e che ci lavorano e vivono dentro. , poi, si può lavorare bene, senza troppa pressione".

In chiusura mister: secondo lei il Padova si salva?

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"L'altro giorno ha fatto una vittoria importante (con l'Empoli per 1-0 all'Euganeo, ndr.) e adesso ha un altro scontro diretto in casa (con la Reggiana, ndr.). Credo che l'apertura della curva abbia dato entusiasmo e una spinta in più e credo che se tutto l'ambiente, come sembra, sia indirizzato nella stessa direzione, si salverà. Poi Breda è un bravo allenatore, molto capace, soprattutto quando entra in corsa. Ultimamente le sue esperienze sono state tutte in corsa e credo ce le faranno".

Grazie mister e in bocca al lupo con il suo Treviso!

—  

"Grazie a voi!".