L'esonero lascia perplessi, più che per il merito, colpisce per tempi e modalità

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Il Cittadella si presenta in piazza: "È tornato l'entusiasmo"

Il punto, probabilmente, non è nemmeno Manuel Iori. Che il Cittadella potesse decidere di cambiare allenatore dopo una stagione conclusa con un sesto posto e l'eliminazione ai playoff contro il Ravenna è una scelta che rientra nelle prerogative di qualsiasi società. Nel calcio i risultati orientano le decisioni e nessun allenatore può considerarsi intoccabile.

Ciò che lascia perplessi è piuttosto il modo in cui questa vicenda si è sviluppata. Sono trascorsi quasi due mesi dall'ultima partita ufficiale. Nel frattempo il club ha programmato il mercato, ha iniziato a costruire la rosa e tutto lasciava pensare che Manuel Iori sarebbe rimasto al suo posto. Lo confermavano le sensazioni dell'ambiente, ma anche il discorso pronunciato dallo stesso tecnico alla cena di fine stagione, quello di un allenatore che parlava con la serenità di chi si sentiva parte del progetto. Del resto aveva ancora un anno di contratto.

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Poi, improvvisamente, il cambio di rotta. Una decisione che, più che per il merito, colpisce per tempi e modalità. Ed è inevitabile che, questa volta, il dibattito si sposti sulla figura del direttore generale Stefano Marchetti. Parliamo di uno dei dirigenti più capaci del calcio italiano, protagonista di una storia straordinaria costruita a Cittadella in oltre un ventennio. I risultati ottenuti gli hanno dato credibilità e autorevolezza. Proprio per questo, però, oggi alcune scelte sembrano meritare una riflessione. Da tempo il messaggio che arriva dall'ambiente granata è che l'allenatore rappresenti quasi l'ultimo tassello del mosaico. Prima si costruisce la squadra, poi si individua il tecnico chiamato a valorizzarla. È un metodo che in passato ha funzionato, ma che oggi sembra mostrare qualche crepa.

Anche la scelta di Iori, un anno fa, andava in questa direzione. Ex capitano amatissimo, simbolo del Cittadella, uomo profondamente legato ai colori granata. Una scelta di appartenenza, prima ancora che di curriculum. Da allenatore, infatti, Iori non arrivava da esperienze particolarmente convincenti, eppure la società aveva deciso di affidargli una panchina delicatissima, convinta che il peso dell'identità cittadellese potesse fare la differenza. Ora si parla con insistenza della possibile promozione di Roberto Musso, storico vice allenatore, altra figura interna che conosce perfettamente l'ambiente. Una soluzione che avrebbe una sua logica in termini di continuità, ma che inevitabilmente alimenta una domanda: basta conoscere il "mondo Cittadella" per riportare il club dove è stato per quasi vent'anni?

È una domanda legittima. Soprattutto dopo una retrocessione e una stagione in Serie C che non ha restituito la sensazione di una squadra realmente dominante. Per la prima volta dopo tanti anni, forse, il metodo Marchetti non appare più inattaccabile. Non perché il direttore generale abbia improvvisamente perso le sue qualità, ma perché il calcio cambia, gli equilibri cambiano e anche i modelli che hanno avuto successo possono aver bisogno di essere rivisti. Il Cittadella ha costruito la propria storia sulla capacità di anticipare gli altri. Oggi, invece, il rischio è quello di affidarsi troppo alle proprie certezze. E forse è proprio questa la riflessione più importante che la vicenda Iori lascia in eredità. Perché il tema, in fondo, non è soltanto chi siederà sulla panchina granata nelle prossime settimane. Il tema è capire se il Cittadella abbia ancora la forza di rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità.

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