OLTRE i 90′ | La calda estate dell’11 luglio ’82, l’Italia ai piedi di Pablito

A spasso tra i ricordi di un giovane tifoso degli anni ’90

di Giacomo Stecca

Sarei un po’ stanco di scrivere “coccodrilli” o articoli che vi somigliano e spero tanto che con questo ultimo scritto del 2020 terminino anche quelli dedicati ai grandi calciatori scomparsi. Nonostante questa premessa, non potevo non parlare di un campione che ha fatto sognare una nazione intera: Paolo Rossi. Pablito, come era conosciuto da tutti, è venuto a mancare lo scorso 9 dicembre a causa di un tumore ai polmoni, lasciando di stucco tutto un Paese.

La notizia della sua morte è cominciata a girare la mattina del 10 dicembre e ha sconvolto il mondo del cacio e non solo. L’ex giocatore aveva 64 anni e seppur malato da tempo non aveva mai reso nota al pubblico questa sua grave malattia. Io, per motivi anagrafici, non sono mai riuscito a vederlo giocare (disputò difatti la sua penultima partita in nazionale tre giorni prima della mia nascita), ma ho vissuto le sue gesta sul campo grazie ai ricordi e ai racconti di chi l’ha visto dal vero, come amici più anziani e parenti. Uno di questi è mio padre, il quale non ha mai avuto una grande passione verso lo sport del calcio, essendo stato più propenso a seguire la Formula 1, ma mi ha sempre parlato della finale del Mondiale di Spagna 1982 come una delle serate più memorabili della sua vita.

La “prima” della Gazzetta del 12 luglio ’82

Mi avrà raccontato come minimo mille volte dell’11 Luglio di quella calda estate. Di come, assieme ai suoi più cari amici, nella più profonda campagna veneta, videro il match di Madrid
su una televisione sgangherata, la quale trasmetteva ancora le immagini in bianco e nero. Della quantità di cibo mangiato e di vino rosso bevuto, i quali aiutarono molto il tifo e di quel ragazzetto piccolo e esile che li fece iniziare a cantare a squarciagola, segnando il primo dei tre goal azzurri che annientarono la temibile nazionale tedesca guidata da Jupp Derwall. La cosa buffa è che Paolo Rossi non doveva nemmeno essere convocato a quel campionato del mondo. Era stato squalificato per calcio scommesse un paio di anni prima. La pena però venne ridotta di sei mesi e l’allora C.T. della nazionale Enzo Bearzot, con sorpresa generale decise di portarlo comunque con tutto il gruppo azzurro in Spagna.

Il giovane ragazzo di Prato non era molto conosciuto al tempo. Erano di gran lunga più famosi di lui Tardelli, Altobelli, Graziani ma il mister friulano credette ciecamente in Rossi e con il senno di poi tutti sappiamo fece benissimo. Nonostante la partenza a rilento Pablito si svegliò e segnò sei goal nelle ultime tre fondamentali partite aggiudicandosi il titolo di capocannoniere e facendo vincere con le sue reti il Mundial all’Italia. Mio zio ebbe la fortuna, verso la fine degli anni settanta, di vederlo giocare nel nostro mitico stadio Silvio Appiani, con indosso la maglia della rappresentativa militare e mi disse che le sue doti principali erano la velocità e l’abilità negli spazi stretti dell’aerea di rigore, il tempismo e l’opportunismo. Doti che tutto il mondo ebbe il piacere di vedere il 5 Luglio del 1982 durante la mitica Italia-Brasile, soprattutto in occasione della prima marcatura. Il goal che cambiò del tutto la vita dell’allora venticinquenne attaccante della Juventus e anche quella della nostra compagine calcistica nazionale.

Dopo la “tragedia del Sarrìà”(Tragedi per i brasiliani, non di certo per noi azzurri), arrivarono la semifinale dell’8 Luglio con la Polonia al Camp Nou e la vincente finalissima del Bernabeu. In meno di una settimana Paolo Rossi era riuscito a passare dal quasi anonimato alla fama mondiale. Era diventato un Eroe. Era riuscito a trasformare le difficoltà in opportunità. Probabilmente è proprio questo uno dei motivi per cui è stato tanto amato. Non è solo un fatto calcistico. Il popolo italiano si rivedeva perfettamente in lui, nella sua rivincita. Paolo era un ragazzo normale, con una fisicità normale, senza doti atletiche straordinarie, ma possedeva scaltrezza e furbizia le quali lo fecero emergere sugli altri. Un po’ come succede a tutti gli italiani quando incontrano qualche ostacolo nella loro vita. Gli abitanti dello stivale quindi si affezionarono a lui come a uno di famiglia, come un fratello o un figlio, grazie anche al suo carattere, alla sua simpatia, alla sua gentilezza e educazione, che nei suoi anni da commentatore a SKY potei apprezzare pure io. Per questo la notizia del 10 dicembre per me è stata davvero un brutto colpo. Se ne è andato un Vero Signore del Calcio. Addio Pablito.

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